Bilancio di previsione 2009, Bilancio pluriennale 2009-2011, Relazione previsionale e programmatica per il periodo 2009 - 2011

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Come afferma il Direttore del settore affari economico finanziari nella sua premessa alla Relazione tecnica, il percorso di costruzione del bilancio di
previsione per l'anno 2009 è stato molto problematico.
Da tecnico segnala che la difficoltà è stata quella di raggiungere l'equilibrio economico cercando di conciliare le risorse disponibili con le necessità
rappresentate dalle Direzioni dei diversi settori comunali.
Compito della politica è invece quello di chiedersi perché ogni anno predisporre il bilancio di previsione sia sempre più complicato, faticoso e
sofferto.
Quest'anno lo è stato in modo particolare, non solo per i limiti ed i vincoli che di volta in volta ogni Governo centrale ci impone, ma anche e
soprattutto per la condizione economico sociale complessiva del paese, non risparmiato dalla crisi finanziaria che ha condotto l'economia mondiale
ad un deciso rallentamento in alcune aree e ad una vera e propria recessione in altre.
Crisi che viene da lontano, ma di cui si colgono o si vedono i suoi effetti concreti e dannosi solo da poche settimane ed alla quale si cerca di porre
rimedio con i soliti vecchi interventi.
E' una crisi di "domanda" composta di consumi ed investimenti che vivono essenzialmente di aspettative, ma il cui dato strutturale è l'iniqua
distribuzione del reddito che premia profitti e rendite a discapito del lavoro.
Si veda in proposito il recente rapporto Ocse che ha drammaticamente fotografato questa situazione in cui si allarga la forbice dei redditi.
L'indebitamento delle famiglie è un modo per non affrontare il problema distributivo, ma anzi per trasformarlo in un'ulteriore occasione di profitto
per il sistema economico, in particolare per i mercati creditizi.

Il pericolo è che la crisi si avviti: come scriveva Giangiacomo Nardozzi su Il Sole 24 Ore del 25 ottobre "Le economie del G7 non sono state
travolte da un collasso sistemico della finanza, ma occorre che si riprendano rapidamente dal contagio finanziario, altrimenti c'è il rischio che il
circolo vizioso ricominci dalle banche, questa volta colpite non dal crollo del castello di carte da loro stesse costruito, ma dalla caduta a catena
anche della sana attività produttiva cui hanno fatto credito", cioè il rischio è che crisi finanziaria e rallentamento economico si alimentino
vicendevolmente.
A quel punto non si potrebbe più parlare di recessione o crisi finanziaria, ma di depressione.
Gli interventi finora messi in atto dai governi e dalle autorità monetarie hanno riguardato la finanza e non l'economia, la partita della politica
economica è ancora tutta da giocare. Potranno essere ulteriormente tagliati i tassi di interesse, ma l'impulso economico sarà comunque modesto.
Non basta la sola politica monetaria serve anche quella fiscale, non tramite incentivi fiscali diretti, che non sono risultati efficaci nel rilanciare
consumi ed investimenti, ma attraverso la spesa diretta dello Stato, prima di tutto in investimenti a partire da quelli a favore della sostenibilità
ambientale della crescita economica, ma anche in trasferimenti ai ceti più deboli, per garantire loro un reddito che sicuramente spenderanno.
Anche in Italia, come in molti altri paesi, centinaia di migliaia di lavoratori sono o stanno per essere mandati in cassa di integrazione o, peggio
ancora, licenziati. Particolarmente preoccupante è la situazione delle fasce sociali più indifese: i precari, gli operai, le donne, i pensionati, le
famiglie a basso reddito, i migranti.
Alcuni provvedimenti adottati in primavera dal Governo come quello sulla detassazione degli straordinari, poi revocato con il decreto anti-crisi del
29 novembre, oppure l'abolizione dell'ICI sulla prima casa anche per le classi medio-alte evidenziano una certa confusione ed incertezza nell'agire.
La logica vorrebbe che si detassassero gli straordinari in tempi di piena occupazione, non di licenziamenti e di diminuzione dei volumi produttivi,
perché destinati solo a particolari e limitati gruppi di lavoratori che non rientrano certo nelle "categorie sofferenti".
Sempre per "incentivare la domanda" ed infondere tranquillità e sicurezza i successivi atti del Governo contemplano la perdita di 120.000 posti nel
mondo della Scuola, quando la Germania decide in tempo di crisi di aumentare le risorse per Scuola ed Università, reintroducono il lavoro a
chiamata e attenuano le norme sulla sicurezza del lavoro, si offre anche sostegno a Confindustria nella revisione regressiva del modello di contratto
nazionale di lavoro e nel caso Alitalia si appoggia una mediazione raggiunta sulle spalle e a danno dei lavoratori.

Ai precari collaboratori a progetto che saranno licenziati verrà riconosciuto un bonus pari al 10% del loro reddito, se ovviamente entro certi limiti!
Risulta evidente che il peso di questa crisi viene fatto ricadere su lavoratori, precari e famiglie, mentre banche ed imprese ricevono aiuti ben più
massicci. Proprio quando sarebbe necessario redistribuire la ricchezza per favorire il rilancio dell'economia e soprattutto la salvaguardia sociale
delle categorie più deboli i "poteri forti" e le fasce sociali a più alto reddito rimangono intoccabili. Anzi, quest'ultime sono favorite come nel caso
dell'abolizione dell'ICI.
Misure come la social card ed il bonus famiglia possono dare un sollievo temporaneo, ma inadeguato per le situazioni di grave disagio economico.
Molto più efficace sarebbe stato un trasferimento a somma variabile in funzione dei bisogni di ciascun nucleo familiare e finalizzato a portare tutti i
beneficiari al raggiungimento di una soglia minima di reddito: è quello che in quasi tutti gli altri paesi europei viene chiamato reddito minimo
garantito e che sarebbe meglio definire e chiamare "reddito di cittadinanza".
Come afferma Tito Boeri in Italia si affronta la peggiore recessione del Dopoguerra sparando a salve.
In un tale contesto, per noi ulteriormente appesantito dai provvedimenti di riduzione delle risorse locali messi in atto dal Governo centralista,
abbiamo cercato di programmare e costruire le risposte che servono alla città.
La manovra complessiva del bilancio di previsione 2009 è pari a euro 232.979.000, così suddivisa: 78.985.700 in entrate correnti, 139.245.300 in
entrate per investimenti e 14.748.000 in entrate per servizi per conto terzi.
La spesa di parte corrente ammonta complessivamente ad euro 82.735.700, quella per investimenti ad euro 135.495.300, di cui 70.000.000 per
impiego della liquidità, e quella per servizi per conto terzi a 14.748.000 euro.
Le entrate correnti sostanzialmente non aumentano, sia per effetto delle scelte dell'Amministrazione con il blocco delle tariffe dei servizi a domanda
individuale sia per effetto del blocco dei tributi locali deciso a maggio dal Governo centrale, ad eccezione della Tarsu, e per il quarto anno
consecutivo Cremona lascia invariata la pressione tributaria sui cittadini.
Diminuiscono, invece, i trasferimenti dallo Stato per il mancato ristoro dei tagli subiti in materia di ICI e per il contenimento dei costi della politica,
come appare dalle tabelle che seguono (allegato scaricabile in fondo a questa pagina alla voce "Bilancio di previsione 2009").

L'Assessore alle Politiche Finanziarie
Celestina Villa

  • Bilancio di previsione 2009 - v.allegati (formato PDF - 986 Kb)

  • Bilancio pluriennale 2009-2011 - v.allegati (formato PDF - 405 Kb)

  • Relazione previsionale e programmatica per il periodo 2009 - 2011 - v.allegati (formato PDF - 1.470 Kb)

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