Comune di Cremona



Intervento del Sindaco Gian Carlo Corada, in occasione dei 70 anni dalla morte di Antonio Gramsci

Cremona, 25 maggio 2007 - Salone dei Quadri di Palazzo Comunale

Bene ha fatto l'ANPI di Cremona a voler ricordare oggi Antonio Gramsci, a 70 anni dalla morte, e molto volentieri ho accettato l'invito che mi è stato rivolto, di ricordarne il valore e l'insegnamento.

La figura e l'opera di Gramsci infatti - che Benedetto Croce salutò come «patrimonio di tutti» - sono state in questi anni, e continuano ancora oggi ad apparire, almeno in Italia, piuttosto sfuocate se non del tutto oscurate.

Siamo in presenza di un paradosso.

Mentre è oggetto di accurati studi in tutto il mondo - dall'Australia a Israele, dagli Stati Uniti all'India, dal Giappone al Brasile - in Italia, il suo Paese, l'immagine di Antonio Gramsci appare invece alquanto impolverata e viene ricordata senza molti entusiasmi e con qualche ritrosia.

C'è chi dice che il giudizio sul Gramsci politico non poteva non risentire del giudizio storico e politico sulle vicende e sull'esperienza del movimento comunista. Sono gli stessi che sostengono che la medesima condizione non possa né debba essere riservata al Gramsci intellettuale, del quale solo qualche anno fa Hobsbawm parlava come "l' unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell'accademia".

Ma io non credo che sia così netta la distinzione (che pure c'è) tra i "due Gramsci". Non ha comunque molto senso storico valorizzare il Gramsci uomo di cultura e svalutare il Gramsci politico. Era infatti proprio Gramsci che usava la formula, se così si può dire, "specialista + politico". Dalla tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e di qui alla concezione umanistica-storica, senza la quale si rimane "specialista", "erudito", e non si diventa "dirigente".

Il modo di essere del nuovo intellettuale - dice infatti Gramsci - sta proprio nel mescolarsi attivamente nella vita pratica, come costruttore, organizzatore, persuasore, non solo come puro "scienziato".

"Dirigente", in Gramsci, è sinonimo di "politico". Che però deve "possedere" anche cultura (tecnica, scientifica, umanistica). Sta proprio qui la decisiva distinzione gramsciana tra direzione e comando, tra guidare e imporre.

Questo vale ai diversi livelli: per lo Stato nei confronti della società, così come per il partito nei confronti dello Stato e per il gruppo dirigente nei confronti del partito.

Per troppi anni la parola "egemonia" è stata valutata quasi alla stregua di una parolaccia! Eppure, al contrario, "egemonia" non solamente è concetto diverso, ma è addirittura cosa opposta a "dittatura". Il termine, purtroppo, come capita ormai troppo spesso per tante altre parole, è aggravato da un'incomprensione di fondo e da una deformazione di fatto.

Non esiste alcuna egemonia senza manifestazione di cultura.

Praticare l'egemonia è cosa articolata e composita, è arte, al limite della raffinatezza: vuol dire - per esprimersi con le parole di Valentino Gerratana - "guidare seguendo, essere alla testa di un corso storico già in movimento, e che fa movimento anche in virtù delle idee, idee-guida, idee-forza che tu ci metti dentro".
Una politica senza cultura politica, in Gramsci non è data!

Scriveva nei Quaderni: «Il grande politico non può che essere 'coltissimo', cioè deve 'conoscere' il massimo di elementi della vita attuale; conoscerli non 'librescamente', come 'erudizione', ma in modo 'vivente', come sostanza concreta di 'intuizione' politica». «Tuttavia - aggiungeva - perché in lui diventino sostanza vivente occorrerà apprenderli anche librescamente».

C'è - diceva Gramsci - "una cultura materializzata nel lavoro, interiorizzata nel lavoratore": una prospettiva che, per un intellettuale "di parte", era come la bussola per il marinaio, ti indicava la rotta dove dovevi andare a cercare, a capire, a scoprire.

È difficile comunicare la tranquilla forza di pensiero che, per tanto tempo e per tante persone, ha conferito l'essere ed il sentirsi radicato in questa parte di mondo. Era la figura gramsciana dell'intellettuale organico - al partito e alla classe - che per moltissimo tempo ha fatto scuola ed ha saputo anche dare un senso alle scelte di tanta parte del mondo.

Tempi eroici, tempi di tragici entusiasmi, di drammatiche illusioni.

Per Gramsci, il ponte tra le due culture lo ha costruito quel soggetto politico della modernità che si chiama movimento operaio. Pur tra mille contraddizioni, pur tra mille difficoltà, lo ha fatto, generando coscienza e organizzazione delle masse e al tempo stesso creando pensiero, teoria, cultura alta. Ed anche - come non vederlo? - producendo "fatti", spesso drammatici ed eroici, e commettendo anche errori tragici e portatori di incredibili ed inaccettabili misfatti.

Penso che, come soggetti politici di una qualche consistenza storica, dovremo tornare a parlare ognuno di sé, con onestà: in realtà, dobbiamo saper guardare con lucidità e consapevolezza alla storia di quelle componenti popolari, di matrice cattolica, socialista, comunista, ed anche a quelle élites di ispirazione social-liberale, che, tutte insieme, hanno fatto la storia recente di questo Paese.

Perché esse non erano tanto, come oggi si usa dire con linguaggio sufficientemente improprio, società civile, erano società reale. Ed attraverso esse, e la loro vicenda, passa gran parte della storia del nostro Paese.

***

Antonio Gramsci nasce ad Ales (Cagliari), in Sardegna, il 22 gennaio 1891, quarto dei sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias. Nel 1894 la famiglia si trasferisce a Sorgono (Nuoro): per due anni viene mandato, insieme alle sorelle, in un asilo di suore.

Si rifà a questo periodo, in seguito ad una brutta caduta all'età di tre anni, la malattia che lo costringerà ad una malformazione fisica: la schiena andrà via via incurvandosi e le cure mediche nulla potranno nel tentativo di arrestarne la deformazione. Non crescerà più, la sua altezza non supererà il metro e mezzo. La sua bellezza e la sua forza d'animo rimarranno raccolte solo negli occhi, di un azzurro limpido ed intenso.

Nel 1898 il padre viene arrestato con l'accusa di peculato, concussione e falsità in atti. Francesco Gramsci viene condannato il 27 ottobre 1900 al minimo della pena con l'attenuante del "lieve valore": 5 anni, 8 mesi e 22 giorni di carcere, da scontare a Gaeta. Priva del sostegno dello stipendio del padre, per la famiglia Gramsci si presentano anni di estrema miseria. Antonio comincia a frequentare le scuole elementari a sette anni e le conclude nel 1903 col massimo dei voti.

Ma le condizioni della famiglia non gli consentono di iscriversi al ginnasio e allora porta il suo piccolo contributo all'economia domestica lavorando all'Ufficio del Catasto per 9 lire al mese, l'equivalente di un chilo di pane al giorno: 10 ore al giorno smuovendo «registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo». Il 31 gennaio 1904 Francesco Gramsci finisce di scontare la sua pena. Sarà poi riabilitato e potrà ottenere un impiego da scrivano nell'Ufficio del Catasto.

Antonio può così iscriversi al Ginnasio comunale di Santu Lussurgiu, ad una ventina di chilometri da Ghilarza, «un piccolo ginnasio - avrà modo di scrivere - in cui tre sedicenti professori sbrigavano, con molta faccia tosta, tutto l'insegnamento delle cinque classi».

Con questa preparazione avventurosa riesce a prendere la licenza ginnasiale a Oristano, nell'estate del 1908 e a iscriversi al Liceo Dettori di Cagliari, dove sta a pensione, insieme col fratello Gennaro, che lavora in una fabbrica del ghiaccio ed è segretario della locale sezione socialista.

Con molti giovani liceali, Gramsci partecipa alle battaglie per l'affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere politico e culturale.

Antonio può leggere libri, giornali e opuscoli socialisti, come anche i romanzi popolari di Carolina Invernizio e di Anton Giulio Barrili (a riprova di un interesse, che mai verrà meno, per la letteratura popolare); legge anche i romanzi di Grazia Deledda ma non li apprezza, considerando che la visione che la scrittrice dà della Sardegna sia sostanzialmente folkloristica; legge La Voce e il Marzocco, Papini, Emilio Cecchi e soprattutto Croce e Salvemini.

Alla fine della seconda classe liceale, chiede al suo professore di liceo, direttore de L'Unione Sarda, di collaborare durante l'estate al giornale con brevi corrispondenze. Il professore accetta: il 20 luglio 1910 riceve la tessera di giornalista. L'anno dopo prende la licenza liceale con tutti otto e un nove in italiano.

Nel 1911 apprende la notizia che il Collegio Carlo Alberto di Torino offre 39 borse di studio, equivalenti a 70 lire al mese per 11 mesi, per poter frequentare l'Università di Torino. «Partii per Torino come se fossi in stato di sonnambulismo. - dice Gramsci - Avevo 55 lire in tasca; avendo speso 45 lire per il viaggio in terza classe delle 100 avute da casa». Il 27 ottobre 1911 conclude gli esami: li supera classificandosi nono; al secondo posto c'è uno studente venuto da Sassari, Palmiro Togliatti.

Dunque Antonio Gramsci giunge a Torino con in tasca 45 lire ed i suoi vent'anni e qui inizia a vivere, in una città importante, industrializzata, dove sono già in pieno sviluppo la Fiat e la Lancia.

Le sue opinioni politiche, a quel tempo, consistono essenzialmente in una generica adesione a idee socialiste ma, soprattutto, in un fortissimo risentimento per i torti che sarebbero stati fatti alla Sardegna, e in genere a tutto il Mezzogiorno, che egli ritiene siano stati condannati all'arretratezza dalle scelte politiche ed economiche compiute dai politici continentali.

Il forte sviluppo industriale sta dando intanto uno nuovo aspetto all'importante città sabauda, permettendo a 60.000 immigrati di trovare lavoro nelle fabbriche. Qui c'è una grandissima, inedita concentrazione di lavoratori, di operai dell'industria: forse la più ampia d'Italia. E' una realtà che induce molto dinamismo ed una ricca attività culturale, politica e sindacale. Sono di questo periodo le lotte nelle fabbriche che portano alla costituzione delle prime Commissioni Interne e alla elezione di Delegati di fabbrica, che - durante le vertenze - prendono parte alle trattative, con orgoglio e consapevolezza di sé, "seduti allo stesso tavolo con i rappresentanti padronali!".

Il periodo è di fortissime agitazioni sociali ed è in questo ambiente che studia, cresce, partecipa il giovane Gramsci - vivendo appieno i suoi anni universitari e maturando la propria adesione alle idee socialiste.

Il 26 ottobre del 1913 Antonio rientra in Sardegna per le elezioni politiche, in un'Italia in guerra contro la Turchia per la conquista della Libia. Angelo Tasca, giovane dirigente socialista torinese, suo amico e compagno di studi, avrà modo di scrivere che Gramsci: «Era stato colpito dalla trasformazione prodotta in quell'ambiente dalla partecipazione delle masse contadine alle elezioni, benché non sapessero e non potessero ancora servirsi per conto loro della nuova arma. Fu questo spettacolo che fece definitivamente di Gramsci un socialista».

Scoppia la prima guerra mondiale. Nei primi mesi del 1916 Gramsci diventa uno dei tre redattori de "Il Grido del popolo", settimanale della Sezione socialista torinese e della pagina torinese dell'"Avanti!" Nella rubrica "Sotto la Mole" pubblica brevi pezzi di critica teatrale e di costume. Dirà più tardi di aver scritto, in dieci anni di giornalismo, «Quindici o venti volumi di 400 pagine, ma scritte alla giornata e che dovevano morire dopo la giornata» e ricorderà - con una qualche soddisfazione - di aver contribuito a rendere popolare il teatro di Pirandello, allora poco conosciuto e comunque poco apprezzato.

La povera vita di studente, non ricco e scontroso, rischia di rinchiuderlo in una sorta di isolamento, che combatte frequentando ambienti operai e tenendo alcune conferenze nei circoli socialisti e scrivendo. È in amicizia anche con i giovani compagni di partito, fra cui Tasca, Togliatti, Terracini: «uscivamo spesso dalle riunioni di partito - avrà occasione di scrivere - mentre gli ultimi nottambuli si fermavano a sogguardarci [...] e noi continuavamo le nostre discussioni, intramezzandole di propositi feroci, di scroscianti risate, di galoppate nel regno dell'impossibile e del sogno».

Nell'Italia che ha dichiarato la propria neutralità nella I Guerra Mondiale in corso - "non aderire né sabotare" era la linea affermata dallo stesso Partito socialista - scrive, per la prima volta, sul settimanale socialista torinese "Il Grido del popolo", il 31 ottobre 1914, l'articolo "Neutralità attiva e operante" in risposta a quello di Mussolini "Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante", senza intuire però quale svolta politica si proponesse allora colui che, in quel periodo, era importante e popolare esponente socialista e che più tardi sarà destinato a diventare un funesto dittatore.
Il 13 aprile 1915 sostiene quello che sarà il suo ultimo esame all'Università. L'Italia entra in guerra e Antonio sente, come mai prima, la necessità di un impegno politico diretto e assiduo.

E' in questo periodo che, da solo, mette in piedi e produce il numero unico dei giovani socialisti "La Città futura", uscito l'11 febbraio 1917.

Sono testi che danno conto di tutta la sua intransigenza politica e della pungente capacità ironica, che mettono sotto critica anche i socialisti riformisti e che denunciano il fastidio verso ogni espressione retorica, ma che rendono palese anche la sua formazione idealistica, i suoi debiti culturali nei confronti di Croce, superiori perfino a quelli dovuti a Marx.

«In quel tempo» - scriverà più tardi - «il concetto di unità di teoria e pratica, di filosofia e politica, non era chiaro in me e io tendenzialmente ero crociano».

Nell'agosto del 1917, dopo la sommossa operaia - a 26 anni - diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino.

Nel 1919 - con Togliatti e Terracini - dà vita al settimanale "L'ordine nuovo", che propone per il PSI l'adesione all'Internazionale comunista e si schiera in favore dei Consigli di fabbrica.

Nei suoi articoli Gramsci afferma che il consiglio di fabbrica deve essere eletto da tutti i lavoratori, non solamente da quelli sindacalizzati ed indipendentemente dalla loro collocazione politica, in modo che gli operai, in quanto tali, assumano in pieno la funzione dirigente che spetta loro come produttori.

Questa esperienza si collocava certamente in una prospettiva rivoluzionaria, a sinistra del movimento socialista dell'epoca, ma era anche in una qualche assonanza con altri fermenti della cultura italiana del periodo, come quelli che facevano capo a Piero Gobetti ed alla sua nuova elaborazione attorno ai principi del liberalismo. E come quelli che portavano Guido Miglioli a proporre, anche lui contro il sindacalismo riformista, i Consigli di Cascina.

Nel 1920 si apre una vivace polemica tra la direzione socialista e il gruppo dell'Ordine nuovo, che prende spunto dalle valutazioni attorno agli scioperi degli operai dell'industria di Torino di marzo-aprile per il riconoscimento dei Consigli di fabbrica. Le posizioni politiche sostenute dal gruppo di Gramsci e Togliatti ricevono l'approvazione di Lenin. Gramsci si avvicina alla frazione astensionistica del Psi che prospetta la costruzione del Partito comunista

Nel 1921 prende corpo e si rafforza la convinzione della necessità e dell'urgenza di dar vita a un partito nuovo.

In gennaio si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi (riformisti e massimalisti) inducono Gramsci e la minoranza dei comunisti a staccarsi dal Psi.

Il 21 gennaio, nella storica riunione del teatro San Marco, nasce il Partito comunista d'Italia

Nel 1922 al secondo congresso del Pcd'I Gramsci sostiene le posizioni della maggioranza bordighiana, in dissenso con la politica del fronte unico con il Psi, proposto dell'Internazionale. A maggio parte per Mosca, come delegato del partito comunista nell'Esecutivo allargato.

Il soggiorno in Russia sarà molto importante per la sua formazione politica. Lì, infatti, approfondisce le sue conoscenze del leninismo e osserva gli sviluppi della dittatura del proletariato: ciò gli consente di misurare diversamente i problemi dei comunisti italiani.

Arriva a Mosca già malato e nell'estate è ricoverato in un sanatorio per malattie nervose. E' qui che conosce una degente russa, Eugenia Schucht, una violinista che ha vissuto alcuni anni in Italia e, attraverso di lei, la sorella Giulia (1894 - 1980), anch'ella violinista, che aveva abitato diversi anni a Roma, diplomandosi al Liceo musicale romano.

Giulia, ventiseienne, è bella, alta, ha un aspetto romantico. Antonio ne è conquistato: ricorderà il «primo giorno che [...] non osavo entrare nella tua stanza perché mi avevi intimidito [...] Il giorno che sei partita a piedi e io ti ho accompagnato fino alla grande strada attraverso la foresta e sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare tutta sola, col tuo carico da viandante, per la grande strada, verso il mondo grande e terribile [...] ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi hai dato l'amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso cattivo e torbido».

Si sposano nel 1923 e avranno due figli, Delio, che nasce il 5 settembre 1924 e Giuliano, il 30 agosto 1926.

Di fronte all'avvento al potere di Mussolini, l'Internazionale stabilisce che i comunisti italiani si debbano fondere con la corrente socialista degli internazionalisti e che costituiscano un nuovo Esecutivo, mettendo in minoranza Bordiga, sempre contrario a ogni accordo.

Ma intanto, in Italia, vengono arrestati, nel febbraio 1923, tanto Bordiga che, in settembre, a Milano, i rappresentanti del nuovo Esecutivo.

Gramsci resta così il massimo dirigente del Partito e a novembre si trasferisce a Vienna per seguire più da vicino la situazione italiana.

Il 12 febbraio 1924 esce a Milano il primo numero del nuovo quotidiano comunista "L'Unità" e dal primo marzo la nuova serie del quindicinale "L'Ordine nuovo". Il titolo del giornale, da lui scelto, viene giustificato dalla necessità dell' «unità di tutta la classe operaia intorno al partito, unità degli operai e dei contadini, unità del Nord e del Mezzogiorno, unità di tutto il popolo italiano nella lotta contro il fascismo».

Viene eletto deputato nelle elezioni del 6 aprile e può rientrare a Roma, protetto dall'immunità parlamentare, il 12 maggio 1924.

Nello stesso mese, nei dintorni di Como, si tiene un convegno illegale dei dirigenti delle Federazioni comuniste italiane: i delegati si fingono dipendenti di un'azienda milanese in gita turistica, con tanto di pubblici discorsi fascisti e inni a Mussolini; a parte, discutono della tattica del partito e la linea di Bordiga, pur escluso dall'Esecutivo, risulta ancora nettamente maggioritaria.

Il 10 giugno un gruppo di fascisti rapisce e uccide il deputato socialista Giacomo Matteotti. Sui apre una fase di crisi profonda. Sembra che il fascismo stia per crollare per l'indignazione morale che in quei giorni percorre il Paese, ma non sarà così.

L'opposizione parlamentare sceglie la linea sterile di abbandonare il Parlamento (il cosiddetto Aventino): i liberali sperano in un appoggio della Corona, che non viene, i cattolici sono ostili tanto ai fascisti che ai socialisti e questi ultimi sono ostili a tutti, comunisti compresi, i quali ricambiano l'ostilità.

L'opposizione dell'Aventino, secondo Gramsci, non ha alcuna volontà di agire: ha una «paura incredibile che noi prendiamo la mano e quindi manovra per costringerci ad abbandonare la riunione».

Malgrado le divisioni dell'opposizione antifascista, Gramsci crede che la caduta del regime sia imminente: il fascismo «è riuscito a costituire un'organizzazione di massa della piccola borghesia. È la prima volta nella storia che ciò si verifica. L'originalità del fascismo consiste nell'aver trovato la forma adeguata di organizzazione per una classe sociale che è sempre stata incapace di avere una compagine e un'ideologia adeguata» ma, secondo lui, «le classi medie che avevano riposto nel fascismo tutte le loro speranze sono state travolte [...] Il Partito fascista non riuscirà mai a diventare un normale partito di governo, Mussolini non possiede dello statista e del dittatore altro che alcune pittoresche pose esteriori; egli non è un elemento della vita nazionale, è un fenomeno di folclore paesano, destinato a passare alla storia nell'ordine delle diverse maschere provinciali italiane, più che nell'ordine dei Cromwell, dei Bolivar, dei Garibaldi».

S'inganna, perché l'inerzia dell'opposizione non riesce a proporre valide alternative a quel blocco sociale e i fascisti riprendono coraggio e, soprattutto, riprendono con le violenze squadriste.

In una delle tante viene aggredito anche Gobetti. E dopo il 13 settembre, quando il militante comunista Giovanni Corbi uccide in un tram il deputato fascista Armando Casalini, per vendicare la morte di Matteotti, la repressione s'inasprisce.

Il 20 ottobre Gramsci propone vanamente che l'opposizione aventiniana si costituisca in Antiparlamento; il 26 parte per la Sardegna, per intervenire al congresso regionale del partito e per rivedere i famigliari. Il 6 novembre si congeda dalla madre, che non rivedrà mai più.

Il 12 novembre 1924 il deputato comunista Luigi Repossi rientra in Parlamento, dove siedono solo i deputati fascisti e i loro alleati, per commemorare Matteotti, e il 26 vi rientra tutto il gruppo parlamentare comunista.

Il 27 dicembre 1924 il quotidiano "Il Mondo" pubblica le dichiarazioni di Cesare Rossi, già capo ufficio stampa di Mussolini, a proposito del delitto Matteotti: «Tutto quanto è successo è avvenuto sempre per la volontà diretta o per l'approvazione o per la complicità del duce».

Il 3 gennaio 1925 Mussolini, in un discorso rimasto famoso, dichiara alla Camera dei Deputati di assumersi «la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto», dando il via a una nuova sanguinosa azione repressiva.

Dal febbraio all'aprile 1925 Gramsci è a Mosca per conoscere finalmente il figlio Delio e rivedere la moglie.

Il 26 maggio, in Italia, tiene il suo primo - e unico - discorso in Parlamento, davanti all'ex compagno di partito Mussolini, ora Primo ministro.

In quella fase, con il pretesto di colpire la Massoneria, il governo aveva predisposto un disegno di legge per disciplinare l'attività di associazioni, enti e istituti: secondo Gramsci «con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni operaie e contadine [...] voi potete conquistare lo Stato, potete modificare i codici, potete cercar di impedire alle organizzazioni di esistere nella forma in cui sono esistite fino adesso ma non potete prevalere sulle condizioni obbiettive in cui siete costretti a muovervi. Voi non farete che costringere il proletariato a ricercare un indirizzo diverso [...] le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi».

Dal 20 al 26 gennaio 1926 si svolge clandestinamente a Lione il III Congresso del Partito dove la maggioranza che fa capo a Gramsci presenta le sue Tesi congressuali.

Con un capitalismo debole e l'agricoltura alla base dell'economia nazionale, in Italia si assiste al compromesso fra industriali del Nord e proprietari fondiari del Sud, ai danni degli interessi generali della maggioranza. Il proletariato, in quanto forza sociale omogenea e organizzata rispetto alla piccola borghesia urbana e rurale, che ha interessi differenziati, viene visto, nelle sue Tesi, come l'unico elemento che abbia una funzione unificatrice di tutta la società.

Secondo Gramsci il fascismo non è, come ritiene Bordiga, l'espressione di tutta la classe dominante ma è il prodotto politico della piccola borghesia urbana e agraria che ha consegnato il potere alla grande borghesia, e la sua tendenza imperialistica è l'espressione della necessità, da parte delle classi industriali e agrarie, «di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana» che tuttavia permette, per la sua natura oppressiva e reazionaria, una soluzione rivoluzionaria delle contraddizioni sociali e politiche; le due forze sociali idonee a dar luogo a questa soluzione sono il proletariato del Nord e i contadini del Mezzogiorno. A questo scopo, il Partito andrà bolscevizzato, ossia organizzato per cellule di fabbrica e disciplinato negando al suo interno la possibilità dell'esistenza delle frazioni.

Il Congresso approva queste Tesi a grande maggioranza ed elegge il Comitato centrale con Gramsci segretario generale del Partito.

Tornato a Roma, ha il tempo di passare alcuni mesi con la famiglia.

La moglie, che aspetta il secondo figlio Giuliano, lascia l'Italia il 7 agosto 1926, mentre la cognata Eugenia torna a Mosca il mese dopo con il figlio Delio; Gramsci scrive del figlio: «mi pare che ora incominci per lui una fase molte importante, quella che lascia ricordi più tenaci, perché durante il suo sviluppo si conquista il mondo grande e terribile».

Ma non sarà mai parte dei ricordi del figlio, perché non lo vedrà più.

Nel settembre inizia a scrivere un saggio sulla questione meridionale in cui analizza gli anni dello sviluppo politico italiano dal 1894, anno dei moti dei contadini siciliani, seguito nel 1898 dall'insurrezione di Milano repressa a cannonate dal governo.

Secondo Gramsci, la borghesia italiana, impersonata politicamente da Giovanni Giolitti, di fronte all'insofferenza delle classi emarginate dei contadini meridionali e degli operai del Nord, piuttosto che allearsi con le forze agrarie, cosa che avrebbe dovuto comportare una politica di libero scambio e di bassi prezzi industriali, scelse il blocco industriale - operaio, con un conseguente protezionismo doganale unito a concessione di libertà sindacali.

Di fronte alla persistenza dell'opposizione operaia, manifestatasi anche contro i dirigenti socialisti riformisti, Giolitti cercò un accordo con i contadini cattolici del Centro - Nord. Il problema è allora, per Gramsci, una politica di opposizione che rompa l'alleanza borghesia - contadini, facendo convergere questi ultimi in un'alleanza con la classe operaia.

La società meridionale, secondo Gramsci, è costituita da tre classi fondamentali: braccianti e contadini poveri, politicamente inconsapevoli; piccoli e medi contadini che non lavorano la terra ma dalla quale ricavano un reddito che permette loro di vivere in città, spesso come impiegati statali, i quali disprezzano e temono il lavoratore della terra e fanno da intermediari al consenso fra i contadini poveri e la terza classe, quella dei grandi proprietari terrieri, che a loro volta contribuiscono alla formazione dell'intellettualità nazionale, con personalità del valore di Benedetto Croce e di Giustino Fortunato e sono, con quelli, i principali e più raffinati sostenitori della conservazione di questo blocco agrario.

Per poter spezzare questo blocco occorrerebbe la formazione di un ceto di intellettuali medi che interrompano il flusso del consenso fra le due classi estreme favorendo così l'alleanza dei contadini poveri con il proletariato urbano.

Intanto i suoi rapporti con l'Internazionale comunista subiscono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato Centrale del Partito bolscevico per le divisioni interne a quel partito sorte dopo la morte di Lenin.

In alcuni passaggi della lettera dice: «oggi voi state distruggendo l'opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato [...] i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale».

Ma Togliatti, delegato a Mosca, forse perché già consapevole della durezza dello scontro interno, preferisce non inoltrarla. Da questa incrinatura nasce una vivace polemica diretta e personale con Palmiro Togliatti, rilevante soprattutto per l'insistenza da parte di Gramsci sulla necessità di "richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare". Invito che però risulterà lettera morta.

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Nel frattempo Mussolini subisce a Bologna un attentato senza conseguenze personali, che viene però assunto a pretesto per attaccare ed eliminare gli ultimi residui di democrazia: il 5 novembre il governo fascista scioglie i partiti politici di opposizione e sopprime la libertà di stampa.

L'8 novembre del 1926, in violazione dell'immunità parlamentare, Gramsci viene arrestato nella sua casa e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Dopo un periodo di confino a Ustica, il 7 febbraio 1927 viene detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Il processo a ventidue imputati comunisti - fra i quali Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Giovanni Roveda ed Ezio Ribaldi - inizia a Roma il 28 maggio 1928.

Presidente del Tribunale Speciale Fascista, istituito il 1 febbraio 1927, è il generale Alessandro Saporiti e ha per giurati cinque consoli della milizia fascista. Gramsci è accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe.

Il pubblico ministero Michele Isgrò, a conclusione della sua requisitoria, dichiara che «per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare» e infatti Gramsci, il 4 giugno, è condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione; il 19 luglio raggiunge il carcere di Turi, in provincia di Bari. Gravi, gravissime, sono le responsabilità che pesano - anche per questa drammatica vicenda - sulle spalle del fascismo e dei fascisti.

Un anno e mezzo dopo, l'8 febbraio 1929, ottiene finalmente l'occorrente per scrivere e inizia la stesura dei suoi "Quaderni del carcere".

Dal 1931 Gramsci soffre di una grave malattia, il morbo di Pott, oltre a principi di tubercolosi e di arteriosclerosi, e può ottenere una cella individuale; cerca di reagire alla detenzione studiando ed elaborando le proprie riflessioni politiche, filosofiche e storiche; tuttavia le condizioni di salute peggiorano e in agosto Gramsci ha un'improvvisa e grave emorragia. Il 30 dicembre 1932 muore la madre e i famigliari preferiscono non informarlo. Il 7 marzo 1933 ha una seconda grave crisi, con allucinazioni e deliri.

Finalmente a Parigi si costituisce un comitato, di cui fanno parte, fra gli altri, Romain Rolland e Henri Barbusse, per la liberazione sua e di altri detenuti politici, ma solo il 19 novembre Gramsci viene trasferito nell'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, il 7 dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia, sorvegliato sia in camera che all'esterno.

Il 25 ottobre 1934 viene accolta, direttamente da Mussolini - che in questo modo denuncia la propria diretta responsabilità per la situazione in cui ha costretto a vivere uno dei più importanti cervelli italiani - la richiesta di libertà condizionata. Ma rimane "non libero" nei movimenti, tanto che gli è impedito di andare a curarsi altrove, perché il fascismo teme una sua fuga; solo il 24 agosto 1935 può essere trasferito nella clinica "Quisisana" di Roma. È in gravi condizioni: oltre al morbo di Pott, alla tisi e all'arterosclerosi, soffre di ipertensione e di gotta.
Il 21 aprile 1937 Gramsci riacquista la piena libertà ma è ormai gravissimo in clinica: muore all'alba del 27 aprile, sei giorni dopo, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale.

Cremato, il giorno seguente si svolgono i funerali, cui partecipano soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana: le ceneri vengono inumate nel cimitero del Verano. Di qui, dopo la Liberazione, verranno trasferite nel Cimitero acattolico di Roma.

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La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell'arresto. Era infatti stato in disaccordo con la linea politica adottata dal partito alla fine del 1929 su pressione del Komintern, che allora si trovava in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come "socialfascismo").

Su questo tema Gramsci si era trovato in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto ad un isolamento continuo.

Qui sta forse la spiegazione di una certa riluttanza degli organi dirigenti operanti in esilio, a dare battaglia sulla richiesta di libertà per Gramsci. Tuttavia dopo il 1934, con l'abbandono della propaganda sul "socialfascismo" e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione. Anche se restano i sospetti di Gramsci sull'atteggiamento di importanti esponenti del partito e dello stesso Togliatti.

Di rilevante importanza è il giudizio pesante che riserva a Ruggiero Grieco. Nel 1928, nel carcere di San Vittore, Gramsci riceve una lettera da Ruggiero Grieco, importante membro del Partito Comunista dell'epoca. Nella missiva, che era risaputo sarebbe subito stata sequestrata dalla polizia fascista, Grieco gli attribuisce il ruolo di capo assoluto dei comunisti italiani. Questo riconoscimento si rivela, così, una pericolosa attestazione di stima, arrivata proprio in una fase delicata dell'iter carcerario, e rischia di aggravare la già compromessa situazione di Gramsci. In conseguenza, Gramsci giunge alla conclusione che il partito non voglia liberarlo e che sua moglie Giulia, con i suoi silenzi, ne sia inconsapevolmente complice. Effettivamente, dal '22 al '30 Giulia lavora come collaboratrice della polizia politica sovietica: su di lei si abbattono le tensioni esistenti tra il PCI e l'Internazionale e Gramsci diventa per questo inaffidabile per l'élite staliniana.

Il frangente è molto bene analizzato da Angelo Rossi e Giuseppe Vacca che - nel loro libro "Gramsci tra Mussolini e Stalin" - basandosi su un ricco apparato documentario, in buona parte inedito, ricostruiscono l'oscuro intreccio internazionale che condannò Gramsci a una definitiva prigionia e gli interessi in gioco del regime fascista e di quello comunista.
Il libro ricostruisce inoltre per la prima volta anche la rete di comunicazione che Togliatti e Gramsci utilizzavano per continuare "a distanza" il confronto su fascismo, politica sovietica e situazione mondiale che li aveva contrapposti sin dal '26.

Infine, si chiarisce il ruolo finora insospettabile di Piero Sraffa: non solo un amico eccezionale, ma anche un militante "coperto", scelto di comune accordo da Gramsci e Togliatti per assolvere al difficile compito di informare il primo delle decisioni del partito e rendergliele più accettabili.

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Al di là dei riconoscimenti espressi a più riprese dai contemporanei nel corso della sua attività (Gobetti, Prezzolini, Dorso), la fama di Antonio Gramsci è legata sopratutto alla pubblicazione, nel dopoguerra, degli scritti postumi.

Nel 1947 la prima edizione delle Lettere dal carcere (una nuova e più ampia edizione sarà pubblicata nel 1965) trovò un'eco vastissima negli ambienti culturali più diversi.

Seguirono i volumi importantissimi, tratti dai "Quaderni del carcere," nell'edizione tematica, sui quali si è formata un'intera generazione di dirigenti politici: "Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce" (1948), "Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura" (1949), "Il Risorgimento" (1949), "Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno" (1949), "Letteratura e vita nazionale" (1950), "Passato e presente" (1951). In più volumi furono poi raccolti gli scritti giornalistici del periodo pre-carcerario.

Punto di partenza della ricerca è l'ordine d'idee abbozzate nel saggio, di cui abbiamo parlato, sulla questione meridionale, scritto prima dell'arresto, con l'analisi del rapporto città-campagna e delle alleanze di classe nella società italiana dei primi decenni del secolo.

L'analisi si allarga e si approfondisce nel lavoro dei "Quaderni" con lo studio della funzione degli intellettuali nella storia d'Italia.

E' una ricerca complessa e originale, nella quale la nozione di "intellettuale," nella sua funzione di coagulo della formazione di ogni blocco storico, viene dilatata al di là dei limiti tradizionali, in una lettura che estende il concetto stesso di Stato, inteso non più solo come "società politica", organo di coercizione giuridica, ma anche come intreccio di società politica e "società civile", all'interno del quale l'egemonia di un gruppo sociale si esercita attraverso le organizzazioni cosiddette private come la Chiesa, i sindacati, le scuole e altri strumenti - oggi diremmo "agenzie" - di direzione culturale.

Da questo impianto teorico, che ha al centro il concetto di "egemonia," nasce anche una diversa interpretazione della caduta dei Comuni medievali e della loro incapacità di superare la fase economico-corporativa dello Stato, per il carattere cosmopolita degli intellettuali italiani e per l'assenza in essi di una funzione popolare-nazionale.

Nello stato moderno invece l'esercizio dell'egemonia consente alle classi dominanti di ottenere il consenso delle classi subalterne, sia con l'energia delle rivoluzioni di tipo giacobino sia attraverso diverse forme di "rivoluzione passiva": con questo termine viene indicato un processo di rivoluzione-restaurazione o di "rivoluzione senza rivoluzione," come quello illustrato nella storia italiana del Risorgimento dove i moderati riescono a esercitare la loro egemonia sul Partito d'Azione.

Anche il fascismo, in questa analisi, viene letto come rivoluzione passiva, certo di forma del tutto particolare.

Il regime viene letto non solo nei suoi aspetti meramente e ferocemente repressivi ma anche nei suoi sforzi economico-sociali di modernizzazione in rapporto al fenomeno dell'americanismo e del fordismo, altro filone indagato con costanza analitica nei "Quaderni".

In questo quadro si colloca la visione politica di una strategia rivoluzionaria fondata sul passaggio dalla "guerra manovrata" e dall'attacco frontale, alla "guerra di posizione" più idonea alle condizioni dell'Occidente, dove l'esercizio dell'egemonia è affidato alla conquista del consenso in tutte le principali articolazioni della società civile. La famosa "catena di fortezze e casematte da conquistare".....

Legata a questa strategia è la riflessione su due temi ricorrenti nei Quaderni: il problema del rapporto tra Machiavelli e Marx (e sorge da questa riflessione l'idea di un partito come moderno Principe) e la prospettiva di uno sviluppo del marxismo come filosofia della prassi nei suoi rapporti con il senso comune e con le correnti culturali del mondo moderno.

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Perché Gramsci ha così a lungo riflettuto su Machiavelli?

Intanto: Machiavelli è l'uomo del Rinascimento. Dietro la sua figura c'é la fase, da molti considerata ‘magica', che sta tra il Trecento ed il Cinquecento e che ha visto svolgersi quella contraddizione lacerante, fondativa della successiva natura dell'Italia e degli italiani: l'antinomia tra una storia d'Italia, ancora molto lontana dal presentarsi come tale e una filosofia, una letteratura, un'arte, una poesia già italiane, in forme estese e mature, con, in più, una naturale vocazione universalistica.

L'"invenzione" della politica moderna viene, secondo Gramsci, da qui: dal contesto storico tra Umanesimo e Rinascimento. Di qui, la nobiltà del suo codice genetico.

Come abbiamo visto, uno di quei volumi Einaudi che presentavano, per la prima volta, i "Quaderni del carcere" di Antonio Gramsci, portava per titolo: "Note su Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno".

Gramsci chiosa "Il Principe", così come era capitato al Machiavelli di chiosare la prima decade di Tito Livio.

E' sinceramente geniale la sua interpretazione del partito politico come moderno principe. Ancora oggi di una sconvolgente attualità, se la si capisce bene, ed ancora oggetto di studi ed approfondimenti in larga parte del mondo!

«Il moderno principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva, riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico; la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali». Questo uno dei passaggi fondamentali dell'elaborazione gramsciana. Non è chi non veda in quel "volontà collettiva" un esplicito riferimento alla "volontà generale" di Rousseau.

Certo, non è il caso di nascondere le ombre, anche pesanti, che - negli anni successivi - la storia si è premurata di stendere su questo pensiero.

Non c'è nulla di apologetico in quanto voglio dire parlandovi oggi di Antonio Gramsci.

Tutt'altro. Ho infatti ben chiaro quanto il distacco critico dagli autori, tanto più dagli autori amati e su cui si è a lungo riflettuto, sia un obbligo intellettuale per chi vuole ragionare di storia ed imparare da essa.

Quell'aggettivo «totali», è assai significativo. Marx e Machiavelli, secondo Gramsci, hanno individuato «il partito non come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato». Fondare lo Stato, non farsi Stato.

Non è questo però il solo punto dell'argomentazione gramsciana.

Gramsci aveva quasi profeticamente previsto le possibili degenerazioni del partito che si fa Stato, cioè della parte che si fa tutto. E ne aveva sofferto, in carcere, non solo sul piano intellettuale.

Il suo problema politico era già allora - nei terribili anni Trenta e, a maggior ragione, nei "suoi" terribili anni Trenta - come sfuggire alla trasformazione, non più ipotetica ma già in atto, delle masse in folle manovrate e delle élites in ristrette oligarchie.

Il problema principale di Gramsci, quello che Tronti definisce "l'originale leninismo di Gramsci", è la costruzione di un rapporto virtuoso tra classe dirigente e classe sociale.

Il mito del partito-principe è l'organizzazione di una volontà collettiva, «elemento di società complesso», come l'unica forza in grado di contrastare l'avvento della personalità autoritaria.

Si va intrecciando qui un nodo di problemi strategicamente rilevanti per gli stessi sistemi politici contemporanei.

Oggi l'invocazione del leader forte non nasconde pericoli autoritari - il bilanciamento dei poteri di natura liberale funziona ancora, per fortuna! - ma piuttosto fa vedere il pericolo di una delega diretta al decisore politico, questa volta un individuo e non un organismo, da parte di una moltitudine formata dalla cosiddetta gente, dai forti umori antipolitici.

Antonio Gramsci, anche in questo senso, è da mettere in una galleria ideale di grandi italiani del Novecento politico, di tradizione cattolica, liberale e socialista, da Sturzo a Turati, da Dossetti a Einaudi: uomini dei quali, per le loro virtù, avremmo ancor oggi bisogno ed il cui pensiero andrebbe maggiormente utilizzato come vaccino contro le malattie contagiose delle democrazie contemporanee: l'antipolitica, il populismo, il plebiscitarismo.

E' la politica, dunque, che deve essere chiamata a svolgere fino in fondo il proprio ruolo. E' la politica, la politica alta e nobile, che può salvare il popolo da sé stesso.

A questo punto non vorrei dare l'impressione di voler edulcorare il personaggio Gramsci.

Scrisse di sé, dalle tenebre del carcere fascista: «Io sono un combattente, che non ha avuto fortuna nella lotta pratica».

Gramsci non era un'anima bella! Erano state circostanze esterne a costringerlo a diventare uomo di studio mentre lui, invece, si sentiva di più, paradossalmente, nato per l'azione.

Aveva i limiti di tanti intellettuali e politici della sua epoca. Credeva in categorie concettuali come la "dittatura del proletariato", seppure in modo diverso da come l'intendeva Stalin.

Era affascinato dal pensiero di Lenin, interpretato come una ideologia capace di trasformare il mondo e dar vita ad un "uomo nuovo" (e sappiamo quanti guai hanno causato agli esseri umani in carne ed ossa le pretese di palingenesi !).

Sottovalutava, come gran parte delle correnti filosofiche e politiche del ‘900, l'importanza della tradizione liberale (di Montesquieu in particolare).

Eppure il suo pensiero presenta segni di grande novità, rispetto al tempo suo, e continua a dare spunti di riflessione a noi, per l'oggi ed il domani.

Se dovessi riassumere in una definizione l'insegnamento che Gramsci ci lascia, direi così: come un uomo di parte possa diventare risorsa della nazione, senza dismettere la propria appartenenza, ma mettendola a disposizione nell'interesse di tutti.

Gramsci ci dice che, machiavellianamente, la politica non ha bisogno di un'etica esterna per nobilitarsi. La Politica, quella con la P maiuscola, si nobilita da sé, sollevandosi a progetto umano, altamente umano.

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Gramsci però non è solo i "Quaderni del carcere". C'è un Gramsci giovane egualmente interessante.

Sono di quel periodo gli articoli scritti per la rubrica «Sotto la mole» per l'edizione piemontese dell'"Avanti!" O sulla "Città futura". Come abbiamo visto.

Qui pubblica l'articolo che comincia con le parole: «Odio gli indifferenti»: «Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo».

O gli articoli su "Il grido del popolo", quello famoso e scandaloso: «La rivoluzione contro il Capitale». La rivoluzione dei bolscevichi contro Il Capitale di Carlo Marx.

E soprattutto gli articoli de "L'ordine nuovo", settimanale di cultura socialista, che Gramsci fonda il 1 maggio 1919 e che poi diventerà quotidiano.

Lì si organizza il gruppo che darà vita al Partito comunista d'Italia, che come si vede non da subito ma sicuramente dalle tesi di Lione del 1926, nascerà non solo contro i riformisti ma anche contro i massimalisti.

Ciò che Antonio Gramsci ha generosamente lasciato alla cultura italiana e a tutti noi è un immenso patrimonio di idee e di intuizioni politiche.

Straordinaria è stata, tra l'altro, la diffusione del pensiero gramsciano in tutto il mondo: le sue opere sono state tradotte in Europa come in America Latina, nei Paesi di lingua anglosassone come in quelli dell'Estremo Oriente. Le opere di Gramsci sono tra le più citate nella letteratura internazionale, a testimonianza della presenza intellettuale di questo grande italiano.

Ma c'è anche l'Antonio Gramsci, più intimo, che scrive dal carcere. «Io sono stato abituato dalla vita isolata, che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere i miei stati d'animo dietro una maschera di durezza o dietro un sorriso ironico. Ciò mi ha fatto male, per molto tempo: per molto tempo i miei rapporti con gli altri furono un qualcosa di enormemente complicato».

E poi ancora, laddove, alla fine del 1929, scrive un passaggio che diverrà poi uno dei suoi più citati: «Il mio stato d'animo è tale che se anche fossi condannato a morte, continuerei a essere tranquillo e anche la sera prima dell'esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese per non cadere più in quegli stati d'animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e il supera: sono pessimista con intelligenza, ma ottimista con la volontà»

Ha fatto dunque bene l'ANPI di Cremona a voler ricordare questo grande.

E bene ha fatto il Presidente Napolitano a recarsi nei giorni scorsi a Ghilarza, per rinnovare l'omaggio della Repubblica ad una nobile figura di antagonista e di martire dell'antifascismo, di combattente, di cittadino privato della propria libertà e sottoposto a una feroce persecuzione carceraria, che divenne simbolo di straordinaria capacità di resistenza morale e stoica operosità in condizioni fisiche disperate.

Nello stesso tempo l'Italia rende omaggio, in Gramsci, a una delle più alte espressioni della sua storia intellettuale.

Venne da lui un contributo di pensiero che è giunto a trascendere non solo ogni limite di parte, ma addirittura i confini della stessa vicenda storica di cui era figlio: la vicenda del comunismo italiano e internazionale. Questo ci dice la fortuna che incontrano, oggi, gli scritti di Gramsci in Europa ed in tutto il mondo.

Napolitano terminava il suo saluto a Gramsci ed alla cittadinanza di Ghilarza con queste parole: "Lasciatemi infine sottolineare come partì di qui, nel cuore della Sardegna, "il tentativo" di Gramsci - come egli in una delle note dal carcere lo definì - "di superare un modo di vivere arretrato, come quello che era proprio di un sardo del principio del secolo, per appropriarsi di un modo di vivere e di pensare non più da villaggio e regionale, ma nazionale, e tanto più nazionale in quanto cercava di inserirsi in modi di vivere e di pensare europei".

Ebbene, questo fu non solo il tentativo ma l'effettivo percorso e approdo di Antonio Gramsci.

Giuliano Gramsci, il figlio di Antonio, chiude con una nota molto amara una sua recente opera.

"Studiato in tutto il mondo — scrive nel messaggio finale al padre —, tu sei stato quasi dimenticato in Italia", dove, "con la sola eccezione dei gramscisti dell'International Gramsci Society, appari per lo più consegnato al museo dell'antichità... Ricordo il dibattito che ci fu in Italia nel 1987, a cinquant'anni dalla tua scomparsa. Ma allora c'era ancora il Pci, il partito che avevi fondato. Forse oggi anche la sinistra italiana non ama più il pensiero, forse anch'essa è salita sul carro della cultura intesa come esibizione e spettacolo».

E' una valutazione che spetta a noi sfatare. E sfatare con gli atti, con il concreto atteggiamento, più che con le parole.

Nel cimitero degli inglesi, a Roma, accanto alla sua modestissima tomba (che qualcuno ricorda, anni fa, addirittura assediata da erbacce), riposano i grandi poeti romantici Shelley e Keats, «il cui nome — recita un celebre verso di quest'ultimo — è scritto sull'acqua».

Ebbene, quello di Antonio Gramsci, come di tutti coloro che fanno grande un Paese, è un nome, ed un'opera, che non potranno essere scordati, perché sono profondamente incisi nella coscienza di generazioni di uomini e nella storia di un'intera nazione.




Organi istituzionali  :  Sindaco  :  Interventi del Sindaco - anno 2007  :  Intervento del Sindaco Gian Carlo Corada, in occasione dei 70 anni dalla morte di Antonio Gramsci
Data ultima modifica: 28-05-2007
Indirizzo: http://www.comune.cremona.it/index.php?module=PostCE&func=display&ceid=2327&meid=-1