Presentazione del volume "Isola felice" storia dell'AVIS comunale
Realizzato in occasione del 75° anniversario della costituzione dell'AVIS di Cremona
Domenica 13 aprile 2008 - Palazzo Comunale, Sala dei Quadri
Autorità, illustri relatori, gentili ospiti, signore e signori, nel rivolgere a voi tutti un cordiale saluto, voglio premettere che intervengo con piacere a questa cerimonia. In particolare ringrazio il Presidente dell'AVIS Comunale di Cremona, Dott. Riccardo Merli, per avermi invitato a tenere l'intervento di introduzione e per l'opportunità che mi ha offerto di potervi incontrare in questa importante occasione.
Il libro "Isola felice", volume commemorativo dei 75 anni dell'Avis Comunale di Cremona, opera realizzata dallo storico avisino Gianluigi Boldori, ripercorre tutti i momenti significativi della storia dell'AVIS di Cremona, dalla nascita della sezione, avvenuta il 24 ottobre 1933, fino ai giorni nostri. Un lasso di tempo molto lungo che ha visto il succedersi di molti avvenimenti e di grandi cambiamenti.
Come ha scritto Osvaldo Goldani, storico avisino, un'associazione non sorge perché un mattino un gruppo di persone decide di costituirla così, tanto per fare qualcosa. La data di fondazione è l'epilogo di una fase di gestazione più o meno lunga, il frutto di tante ponderate riflessioni. Donare il sangue, all'epoca, era una pratica ancora avvolta da un certo alone di "mistero" non solo per l'opinione pubblica, ma anche per gli stessi medici. La trasfusione, ancor pochi anni prima, era un evento del tutto eccezionale, qualche volta avventuroso. Si sapeva che in certi casi, per incidenti, per forti emorragie, si poteva salvare il sofferente trasfondendogli altro sangue ma come dovevano essere questi uomini che davano il loro sangue e come si effettuava il passaggio di sangue da una persona ad un'altra, ben pochi lo sapevano.
Durante la prima guerra mondiale erano state salvate parecchie vite umane con la donazione di sangue. Solo dopo la guerra però, si praticarono le prime vere trasfusioni in Europa. Infatti, se ormai la conoscenza sui gruppi sanguigni (1901) metteva al riparo dai pericoli registrati fino alla fine dell'Ottocento e che in gran parte avevano consigliato di non fidarsi troppo di questa terapia, la trasfusione si faceva in casi rarissimi e solo da parte di medici aperti alle innovazioni. E' solo dopo la seconda guerra mondiale che la trasfusione di sangue acquisterà l'importanza e la diffusione che oggi tutti conosciamo.
Negli anni 1930-40 sorgono le prime AVIS ed anche a Cremona qualcosa si muove sin dall'inizio del 1933. Con entusiasmo certamente, ma con molta prudenza, come è tipico della gente della nostra terra. Gli echi delle iniziative milanesi e torinesi e di altri centri maggiori erano giunti anche a Cremona.
Due giovani medici, di 27 anni, laureatisi insieme nel 1930 a Pavia, pieni di entusiasmo e animati da tanta buona volontà, presero contatto con il fondatore dell'associazione di Milano e con i suoi collaboratori, per avere chiarimenti così da potere costituire anche a Cremona un gruppo di donatori di sangue. Questi due medici erano Danzio Cesura e Augusto Bongiovanni, che portavano l'entusiasmo della loro giovinezza e tanta carica di umana dedizione.
L'associazione dei donatori di sangue di Cremona è nata il 24 ottobre 1933, mentre l'annuncio pubblico fu dato sabato 2 dicembre 1933 e venne riconosciuta ufficialmente il 21 agosto 1935 con decreto prefettizio mentre con successivo decreto veniva approvato lo statuto associativo; l'Associazione Nazionale Donatori di Sangue (poi AVIS) - alla quale la associazione cremonese aderiva - veniva invece riconosciuta ufficialmente con decreto ministeriale il 20 agosto 1936.
Alla fine del 1933 si registrano i primi timidi passi dei volontari cremonesi. Alcuni donatori, con Cesura e Bongiovanni, si riuniscono, si contano e si preparano agli appelli con molta trepidazione. La prima trasfusione effettuata dai donatori organizzati porta la data dell' 11 dicembre 1933. L'associazione cremonese inizia da quel giorno la sua attività. E' la prima tappa del lungo cammino dedicato alla solidarietà umana che gli avisini cremonesi hanno tracciato e stanno tracciando ancora oggi con amore, passione, generosità e disinteresse.
La prima sede dell'associazione di Cremona trovò collocazione in due locali a piano terreno nel Palazzo Ala Ponzone in corso Vittorio Emanuele II (allora denominato Palazzo della Rivoluzione) ma poco dopo si trasferirà in altri modesti locali sotto i portici di Palazzo Comunale. Ci fu poi un altro trasloco in via Ugolani Dati (vicino al Museo Civico) dove la sede rimarrà sino al termine della guerra.
La cittadinanza guardava ai donatori di sangue con simpatia e con ammirazione ma, nel contempo, si faceva del donatore un'immagine sbagliata. La stampa esaltava le trasfusioni anche perché quasi sempre il sangue completava l'opera del medico e si verificava il "miracolo" e quindi la notizia meritava di essere conosciuta e colorata.
Più circostanze dell'intervento trasfusionale avevano contribuito a coprire sotto una falsa immagine la reale figura del donatore il quale, di contro, si comportava nel modo più semplice come l'associazione, già allora, propagandava gli ideali avisini senza eccessiva retorica. La propaganda allora la facevano esclusivamente i donatori stessi che si rivolgevano agli amici, affidandosi al passaparola.
Sempre Osvaldo Goldani ricorda che l'associazione nei primi anni viveva molto semplicemente. Mancavano i mezzi economici. Non c'erano rimborsi spese (la prima legge sul servizio trasfusionale venne emanata nel 1937) e gli oneri di segreteria erano sostenuti con qualche donazione di enti e cittadini ma, soprattutto, con le offerte degli stessi soci. Chi poteva portava carte da lettere, buste, matite, gomme o altro materiale utile per l'ufficio. Si può dire che in quei primi anni l'associazione era autosufficiente grazie agli stessi donatori. L'attività nel frattempo aumentava non solo per la maggior richiesta di sangue ma anche per altre attività collaterali dell'associazione.
I testimoni dell'epoca ci hanno tramandato lo spirito che vi era tra i donatori dopo una trasfusione, felici di aver dato e felici di esternare la loro gioia ad altri. Un prelievo di sangue era un avvenimento importante e, quando un donatore usciva dall'ospedale dopo la trasfusione, nell'atrio trovava sempre un gruppetto di persone - donatori o no - che lo attendeva per avere notizie. E il numero dei soci aumentava. Uno dopo l'altro, uno attirato da un amico che poi si impegnava a procurare almeno un altro socio. E' interessante rilevare che nel primo gruppo dei cosiddetti fondatori si notano parecchi vigili urbani, numerosi vigili del fuoco e anche infermieri, forse perché più facilmente avvicinabili e più disponibili.
L'AVIS non ha mai fatto della politica, salvo quella della solidarietà. Da dopo la guerra è stata apolitica e apartitica, fuori di qualsiasi competizione ed estranea ad ogni movimento e questa apoliticità l'hanno voluta soprattutto i donatori che come cittadini professano le idee che vogliono, ma come avisini sono neutrali. Il dono del sangue è al di fuori e al di sopra di ogni diatriba politica. Nel periodo anteguerra e della guerra la situazione era diversa. E anche qui, prima di giudicare, bisogna entrare nel clima di allora.
In quegli anni non si faceva della politica, meglio, non c'era scelta, in quanto c'era un regime, anzi il Regime, un solo partito, quindi niente competizioni. L'AVIS era sotto l'Alto patronato del Re e della Regina d'Italia, come si leggeva sulla carta intestata e che il gagliardetto dell'AVIS di Cremona fosse stato offerto dai Fasci Femminili era una logica dei tempi; che la madrina fosse la figlia di Roberto Farinacci (il quale, fra l'altro, era allora anche il presidente degli Istituti Ospitalieri) non era una accondiscendenza politica. Non meravigliamoci, quindi. Piuttosto meraviglia il fatto che l'AVIS riuscì ad evitare che fra le lettere della sua sigla si inserisse quella "F" che figurava allora in tutte le salse. E la richiesta venne fatta, e l'AVIS si oppose, e la sua sigla rimase pulita.
Il sangue si sparse un po' dovunque sui campi di battaglia. Quel sangue tanto prezioso veniva allora sacrificato sull'altare dell'egoismo e dell'odio. Di sangue si parlava fin troppo. Era la guerra. Anche gli avisini e i dirigenti cremonesi, per la maggior parte giovani e in buona salute, furono chiamati alle armi e l'associazione si sfaldò, le sue forze disperse mentre le richieste di sangue, al contrario, si facevano più pressanti. Cominciò allora il periodo più difficile, più eroico e più oscuro della vita associativa. I pochi rimasti - quelli esonerati per particolari compiti civili, le donne e gli anziani - si tennero sempre pronti per eventuali chiamate e risposero con entusiasmo.
Durante la guerra i donatori attivi erano pochissimi e quando lugubre suonava la sirena dell'allarme che preannunciava il pericolo i donatori non correvano ai rifugi ma all'ospedale pronti ad ogni intervento. Si racconta che dopo il terribile bombardamento cittadino del 10 luglio 1944, un donatore, mentre entrava nell'atrio dell'ospedale dove cominciavano ad affluire i primi feriti, apprese che le bombe avevano fatto strage a porta Milano, dove egli abitava. Il primo impulso fu di correre a casa, per sapere della sua famiglia, ed era un impulso più che logico, più che umano. Ma fu un attimo. L'atrio dell'ospedale si stava riempiendo di feriti, di lamenti, di grida, di tanta miseria. Si fermò, e pur col pensiero alla sua casa, alla sua famiglia, offrì il sangue a due feriti. Un gesto davvero molto nobile!
Nel 1945, finita la guerra, i donatori cremonesi che ebbero la fortuna di ritornare a casa si contarono. La sede era ancora in via Ugolani Dati (entro l'anno si trasferirà in via Trento Trieste e nel giugno del 1953 in via Amati). Il 1945 è stato un anno di transizione anche per questa associazione. Un periodo di riflessioni. Era molto difficile riprendere le fila, dimenticare il passato ma, soprattutto, fare propaganda e parlare ancora di sangue. Si poteva essere fraintesi.
Eppure l'AVIS era ancora viva e i donatori erano animati di entusiasmo commovente, forse pensando che loro potevano costituire anche una crociata di concordia e di fratellanza in tempi tanto difficili. E dal 1946 la storia dell'Associazione Cremonese è proseguita, con momenti di entusiasmo, di delusione, con gli appelli alla cittadinanza, ma sempre come comune denominatore il disinteresse e la generosità dei meravigliosi donatori di sangue.
E l'AVIS, pur nel vortice dei mutamenti che sono avvenuti, è rimasta un'associazione di uomini che offrono il sangue in silenzio, consapevoli di compiere un atto semplice, un dovere civico. Nulla ricevono ma la ricompensa è inestimabile: la gioia di aver aiutato il prossimo, di aver forse strappato alla morte un cittadino qualsiasi, di aver combattuto il male, di avere comunque compiuto sempre un atto di amore. E il mondo, oggi come ieri e come sempre, ha bisogno soprattutto di tanto amore e solidarietà!
Grazie dunque a tutti i soci dell'AVIS per quello che hanno fatto e che continuano a fare con grande disponibilità e disinteresse, mossi solo dalla volontà di aiutare il prossimo!
(203) letture dal 26-06-2007 -
Data ultima modifica: 14-04-2008
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