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Intervento di Giuseppe Roma, Direttore Censis
Cremona: verso il piano strategico della città - Venerdì 9 marzo 2007 Io faccio solo un'introduzione perché il lavoro che abbiamo svolto sarà illustrato dal dottor Dominici che l'ha coordinato. Però io vorrei spiegare di che cosa si tratta, cosa è un Piano strategico, perché parliamo di strategia. In fin dei conti il Piano strategico è uno strumento nuovo, più adeguato ad un problema che ricorrentemente, in tutte le città, le comunità, le istituzioni, le imprese si pongono, e cioè qual è la direzione di marcia, qual è il futuro. D'altronde in questa sala l'abbiamo affrontato in questi ultimi 20 anni, io stesso più volte: Cremona ricorrentemente - poi l'abbiamo fatto con la Camera di Commercio - si interroga. Perché il Piano strategico non è uno studio? Non è un'analisi, non è un programma di Governo, ma è uno strumento di lavoro per tutti i soggetti, pubblici e privati che operano sul territorio? Perché in realtà quello a cui vuol dare risposta è all'incertezza di questa fase particolare della nostra vicenda socio-economica; ci troviamo obbiettivamente in un contesto incerto, in un contesto non più protetto, in una dimensione che il Sindaco diceva sinteticamente "competitiva", molto ampia, le sicurezze che noi tutti abbiamo avuto soprattutto in Italia, grazie ad un perimetro chiuso dei nostri confini nazionali, nei nostri confini di distretto, nei nostri confini provinciali, nelle nostre meravigliose mura che cingono le nostre città, queste barriere, questi confini non ci sono più. Se non ci sono più, evidentemente non possiamo continuare ad operare con le stesse idee e con le stesse modalità con cui operavamo quando invece il territorio era per noi il vero traino dello sviluppo. Chiunque oggi parli di distretti industriali di cui città come Cremona sono capitali, piccole capitali, città dei 100.000 abitanti, beh, è evidente che il distretto industriale o comunque il territorio produttivo oggi non è più quello di 10 o 15 anni fa. Il collante non è più l'emulazione, il fare le stesse cose che fa il vicino, la specializzazione produttiva; il collante con il territorio è ben diverso è la possibilità di stare in un territorio aperto all'internazionalizzazione; di stare in un territorio conosciuto nel mondo: queste sono le sfide che si propongono oggi. Tanto è vero che noi stessi abbiamo detto: il protagonista oggi di questa ripresa italiana è una minoranza di imprese, non sono tutte le imprese, ma è una minoranza di imprese che ha capito, ha capito che la mondializzazione implica delle scelte, implica delle strategie. Allora dobbiamo dire cosa c'era prima, quando la globalizzazione non era così forte e non interferiva nella nostra quieta vita di una straordinaria città ad altissimo livello di benessere e di qualità della vita e cosa c'è dopo. Questo è il punto. Allora ci interroghiamo su quali strategie dobbiamo portare avanti. È evidente che la piccola capitale di una volta oggi è in difficoltà perché globalizzazione vuol dire una certa scala, una certa dimensione, avere un aeroporto internazionale, avere delle multinazionali, etc. etc., quindi la grande città oggi è quello che solo 10 o 15 anni fa erano le medie città in Italia. L'Italia si fondava sulle medie città come Cremona, oggi vedete che a stare alla testa della gerarchia urbana sono tornate quelle grandi città una volta in crisi che proprio sfruttando in maniera strategica i fattori della globalizzazione oggi si impongono sul mercato internazionale. Roma era una città burocratica, oggi è una città che produce quanto l'Ungheria. Torino era una città in crisi della grande fabbrica, oggi è qualcosa di diverso che gioca su diversi piani: il turismo, gli eventi, una nuova concezione della fabbrica d'auto e così via. Verona che non è così lontana sta in una logica di globalizzazione. Che cosa dobbiamo concludere? Stiamocene nel nostro territorio, continuiamo a fare quello che facciamo, viviamo bene, arriverà qualche coreano poi io sono una specie di ambasciatore dei coreani, mi hanno pure dato un premio di giornalismo perché penso che gli italiani non si occupano della Repubblica della Sud Corea che invece, essendo il dodicesimo Paese più ricco del mondo, ci sono 700 italiani in Corea. Forse ce ne sono più a Cremona di coreani, non lo so. Ma voglio dire che è evidente che noi non possiamo rimanere in questa situazione per cui i processi vanno avanti e noi e noi non li governiamo, anche perché come dico, la grande città oggi ha delle chances in più, perché è più connessa, è più interconnessa con questo reticolo mondiale, che riguarda anche le nostre città. Non dobbiamo sempre pensare solo a Londra, Parigi, New York, Pechino, no, anche Verona, Torino, Genova, Milano etc. stanno in questi processi, più o meno naturalmente con le possibilità e la scala di città di dimensioni più piccole, anche di un'economia come la nostra. Quello che oggi invece rimette in gioco, ma in maniera nuova, anche le piccole e le medie città è il fatto che i circuiti di connessione, di relazione nel mondo, non sono univoci, non è che o hai un grande aeroporto o sei fuori dai giri, perché nessuno viene da te perché non può arrivarci facilmente con un aeroporto. Non è che se non hai una gigantesca banca - poi ho letto che, insomma, qualcosa si sta facendo anche qui da voi - ma insomma, se non hai i capisaldi dell'economia globale sei fuori, perché in realtà questa interconnessione di tipo generale avviene per specializzazione. Voi siete una città internazionalizzata o potenzialmente globale. Lo sarete per l'eccellenza di alcune specializzazioni produttive: nel settore alimentare, nel settore dell'acciaio, nel settore delle nuove tecnologie, perché poi qui non dipende dalla ragione sociale. Quindi è evidente che le grandi imprese di Cremona stanno in un circuito internazionale, se no non camperebbero, non vivrebbero, non andrebbero avanti. Siete certamente nel.. io che sono... da 20 anni cerco di spingere su questa qualità particolare di Cremona che è il violino, e che oggi vale più di tante specializzazioni produttive che una volta avremmo detto: oddio, lì la città dell'auto. Le città dell'auto crollano. Le città della cultura vanno avanti. Cremona che ha 100.000 abitanti e dice: "Va bene, mi si è fatto un discorso fino adesso che quelle di 100.000 abitanti devono coltivare l'orticello proprio". Vi faccio invece un altro discorso che anche le città di 100.000 abitanti possono stare dentro questi circuiti, e voi ci siete, per molte delle eccellenze che qui sono presenti. Io mi sono fatto un acronimo forse brutto: "late", nel senso latte e tecnologie; e "vito": violino e torri. Voglio dire, sono 4 eccellenze, 4 eccellenze si potrebbe dire late vito in inglese, oppure lato... insomma, sono però sono 4 eccellenze che voi conoscete meglio di me e non ve le devo ridire io, che sono i vostri 4 circuiti mondiali: questa è l'ambizione che bisogna avere: questa è la sfida che anche giustamente il Sindaco ha voluto dire e - sempre per trattare questo tema: perché si fa il P strategico - tutto questo non può avvenire perché c'è un bravo Sindaco, perché ci sono bravi imprenditori, c'è il tema della socialità; la città funziona e ha sempre funzionato perché si scende, si va in piazza e si incontra uno che non vedevi da tanto tempo; perché non siamo tutti uguali; perché c'è diversità; perché c'è curiosità; questa è la città, perché se no uno va su internet e trova tutto; se ne sta a casa sua. Perché dovrebbe andare a Cremona, piuttosto che a Pavia o da un'altra parte? Quindi noi oggi ci troviamo anche il grande tema di mantenere un'elevata qualità della vita ma di mantenerla in una logica di socialità; i problemi se ne porranno e se ne pongono forse se ne pongono pochi credo, Sindaco, da quello che so io; ma se ne potrebbero porre e non siamo esenti. Non conosco la situazione dell'immigrazione a Cremona, ma conosco abbastanza bene la situazione dell'immigrazione nel Paese. Oggi noi non abbiamo grandi problemi. Qualche problemino ce l'abbiamo, ma non abbiamo le grandi contraddizioni che si sono create in altri Paesi; eppure ormai siamo un Paese che incomincia ad avere più immigrati di quelli che solo 2 o 3 anni fa dicevamo: "Oddio, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania!". Noi siamo in percentuali molto simili; eppure ci troviamo in una condizione di assorbimento dell'immigrazione abbastanza automatico. Gli immigrati: sono arrivati i clandestini, si sono regolarizzati hanno fatto un lavoro in nero, poi hanno aperto un'aziendina in nero, adesso l'hanno messa in pulito ed oggi abbiamo 200.000 imprenditori stranieri in Italia. Cosa vuol dire? Che noi siamo un sistema che sa integrare, come abbiamo integrato i meridionali, come abbiamo integrato i disoccupati usciti dalle grandi fabbriche che hanno fatto i distretti industriali. Insomma questo meccanismo ha funzionato. Ma che cosa succederà per le seconde generazioni, che invece sono nate in Italia? Hanno quindi aspettative diverse perché quel povero parquettista o idraulico che viene dalla Romania, che in Romania guadagnava pochissimo e che qui è disposto a sacrificarsi tutto e a rinunciare a tutto, suo figlio non sarà lo stesso, non avrà la stessa disponibilità al sacrificio come non l'hanno avuta i nostri di figli, no? Lo sappiamo bene. Chiudo perché non è questo il tema, ma per dire che l'arco delle situazioni che vanno da prima e dopo la globalizzazione sono 2 mondi diversi, da chi ha capito e chi invece ancora pensa di poter riproporre lo stesso tipo di soluzione a problemi che sono invece totalmente vecchi, nell'economia, ma abbiamo anche questo tema della socialità. Ecco perché nasce l'esigenza di individuare delle strategie precise. Direi che la prima esigenza è che in ordine sparso si soccombe. A Cremona state tutti bene, guadagnate tanto, le imprese sono produttive, l'Amministrazione è buona, l'aria è pure buona? Non lo so, perché ieri è successa qualche altra cosetta, ma attenzione che in ordine sparso non si va da nessuna parte. Cioè si rischia, si rischia! Allora cosa vogliamo fare? Vogliamo fare il dirigismo dell'ente locale? Non ce la può fare perché non ha le risorse, non ha i poteri cosa etc. Che cosa vogliamo fare? Il dirigismo delle grandi imprese? Il dirigismo della Regione? Non esiste, perché nessuno oggi giustamente ritiene di dover essere gerarchicamente sottoposto ad un potere; secondo me abbiamo pure un po' esagerato nel nostro Paese, perché questo ci crea una difficoltà operativa notevole, ma questa è la situazione. Allora noi dobbiamo trovare degli strumenti tali per cui condividiamo delle scelte, liberamente, per libera convinzione, ma lo dobbiamo fare. Dobbiamo combattere il divisionismo perché ripeto - sentite da quel poco di esperienza che i ricercatori possono avere e possono fornire a chi invece opera e ha potere - noi non abbiamo altro potere della parola, nel senso dello studio, e questo vi consegnamo. In ordine sparso si va a sbattere sul muro delle grandi sfide che propone la globalizzazione. Quindi un piano strategico che deve avere una visione comune e io faccio una rubrichetta sul Corriere della Sera, nella parte economia, ho detto che l'impresa del futuro è l'impresa visionaria. Visionaria è un termine negativo perché è quello che ha le visioni, ma non fa niente. Però impresa è un termine positivo che fa obbiettivi, se no non è un'impresa, è una specie di ossimoro. Ma deve avere una visione, l'impresa è produttiva. La FIAT non è che è cambiata per grazia dello Spirito Santo, forse anche per grazia dello Spirito Santo, non lo so. Ma certamente è cambiata perché ha precisamente capito qual'è la sua missione e ha dato a questa visione una precisa strategia operativa, per cui il dirigente medio ha 38 anni in FIAT, per cui il time to market è una cosa fondamentale che molto spesso invece nel gestire le città è difficile poter ottenere. Il Sindaco vorrebbe fare le cose in 2 anni, e non è colpa sua se invece ci si mette qualcosa di più. Ma la Bravo l'hanno fatta in 18 mesi, che è un miracolo, per fare un modello di auto ci vogliono 3 anni. La Bravo, si è detto: "O la facciamo in 18 mesi, o noi andiamo a picco". L'hanno fatta in 18 mesi e vi assicuro che è pure una bella macchina. Quindi, avere una visione comune e condivisa e poi operare. Non è che la possiamo cambiare, diamoci un periodo: 5 anni, ma quando abbiamo condiviso una visione non è che può arrivare uno che dice: "No, invece di fare questo, facciamo quest'altro". Secondo: bisogna mobilitare tutti i soggetti, non è che c'è qualcuno che sta, il sindacato si chiama fuori, l'associazione dice: "No, qui io devo fare soltanto i miei interessi, faccia l'Aem, poi dopo critichiamo l'Aem, poi critichiamo". No! Mobilitare i soggetti con responsabilità. Perché è un dovere ma è anche una necessità di tutti noi se stiamo dentro una comunità ed abbiamo capito che questa comunità - ve lo dico con grande franchezza, senza essere catastrofisti - tutte le nostre comunità sono a rischio e voi lo sapete bene. Oggi ci sono città che vanno bene, città che vanno male, città ricche che continuano a essere ricche ma vecchie e quindi con difficoltà. Allora visione comune, mobilitazione di soggetti, selezione delle cose da fare. Questa è l'operazione che abbiamo fatto noi. La inventammo in un'altra città: Cesena, molto bene amministrata, la chiamammo "Mai più carta". Mettemmo tutti i progetti, esattamente come abbiamo fatto a Cremona, l'abbiamo sofisticato, l'abbiamo messo dentro, quella era una cosa molto più rozza, ma fu una cosa straordinaria perché poi facemmo a Cesena un'assemblea con Bersani che era Presidente della Regione, con il Sindaco e tutti gli imprenditori e dicemmo: "Questi sono i progetti, se sono progetti immediatamente fattibili, di questi decidiamo noi, su quelli che invece sono aperti al contributo di tutti siamo molto disponibili che i privati e le imprese facciano quello che gli pare". Perché il punto è il time to market, non è che possiamo naturalmente aspettare, fare un bel Piano: ci mettiamo 6 mesi per fare il Piano, un anno per discuterlo, poi stabiliamo i progetti e litighiamo per un altro anno; allora non facciamo niente. Non lo fate il Piano strategico! Non serve così! Noi presentiamo un preliminare che è già uno strumento avanzato e nel giro di 4 o 6 mesi bisogna arrivare a quello definitivo. Noi siamo disponibili chiudere il processo con un documento definitivo che possa dire e selezionare, una volta che i progetti li abbiamo - vedrete che Dominici ve li presenterà, valutati nella loro fattibilità e nella loro strategicità - selezionarli e dare delle priorità. Come si può raggiungere questo? Perché molto spesso tutti si interrogano, anche gli studiosi: "A Cremona che facciamo? Ci inventiamo un'altra cosa". Ma non è questo il problema, non è cosa fare, ma secondo me: chi e come fare. Questo è il punto. Perché quando hai detto che questa fare il più grande Museo di scultura del mondo, bella idea, poi chi la fa? Chi la paga? Come si fa? Ha mercato? Ci andranno delle persone oppure? Probabilmente devo prima portare i turiste e poi fare. No? Per dire, oppure devo... comunque devo fare delle operazioni più complicate. Quindi il tema che ha giustamente sollevato il Sindaco: il Piano strategico serve a migliorare la governance, serve a migliorare il rapporto tra i vari soggetti. È evidente che è un Piano strategico non può che essere non solo condiviso, ma deve aumentare la fiducia - l'ha detto esattamente il Sindaco, ma questo è quello che è successo - deve creare un clima di collaborazione e di fiducia. Questo è il punto e secondo me lo si può fare perché di fronte a dei dati precisi, a delle cose non sparate sul giornale o sparate in piazza, ma con un processo in cui tutti sono protagonisti. Naturalmente con i pesi che gli dà la responsabilità di ciascuno. E' chiaro che c'è una responsabilità del Sindaco che è maggiore degli altri, perché poi è lui che deve governare tutta una serie di cose. Però anche l'associazione, l'impresa ha lo spazio responsabilmente da dare anche in queste circostanze. Io chiudo su Cremona. Io vi ho detto che di Cremona sappiamo tutto, non servono tanto le analisi, insomma, anche se le analisi poi dipende da approfondimenti, non servono le analisi stanche, però servono anche sempre interpretazioni nuove. Io dico solo 2 cose su Cremona. Per fare una modestissima ulteriore segnalazione di qualcosa di nuovo che si potrebbe fare. Io ho detto già che abbiamo queste 4 eccellenze e su queste ci si sta lavorando, vedrete i progetti: bisogna andare avanti insomma, bisogna fare le attrazioni di tipo culturale. Credo che però ci siano 2 condizioni un po' preoccupanti. Il 25% di ultrasessantacinquenni, che è una percentuale ben più alta della pur alta percentuale del nord ovest, quindi abbiamo tanti anziani, tanti anziani è una ricchezza. E' una ricchezza, secondo me, perché vuol dire che c'è una speranza di vita molto lunga, c'è una capacità di accoglienza degli anziani, ma sappiamo pure che è un problema. Allora, se invece di essere un problema lo facciamo diventare un'opportunità, e cioè a questa necessità che sono necessità di benessere, sono necessità di salute, che sono necessità di tipo sanitario, no? Io vedo non so se questa è una cosa buttata così, però vedo che in molte realtà, questa che chiamerei non tanto l'industria della salute, ma chiamerei il grande terziario della salute, perché ha insieme la ricerca, che ha la produzione, che ha il servizio. Io mi ricordo, veramente andai, ho partecipato a qualche processo di Piano strategico. Mi hanno chiamato a Bilbao, prima che facessero il famoso Museo. Ma anche prima, a Glasgow. Glasgow era una città deindustrializzata, facevano i transatlantici per gli Stati Uniti, poi negli anni '50 poi non li hanno fatti più, era morta Glasgow. Glasgow adesso è una bellissima città, ma lì ricordo che una delle idee fu quella di fare una sorta di grande parco a tema, sul tema della salute, che aveva insieme dalle case, dalle residenze protette, all'ospedale, alla ricerca, ed è stato un esempio di grandissimo successo. Oggi naturalmente questo terreno, perché dico la salute? Perché questa strutturalmente è nel futuro, ci sarà, ci sarà assolutamente. Il problema della salute è un problema crescente, non è un problema declinante. Un altro aspetto che io ritengo sia opportuno ricordare è che naturalmente qui abbiamo un clima da quasi piena occupazione. Tuttavia io segnalo che il tasso di occupazione nella provincia di Cremona è del 64,5%. Altissima, perché in Italia in media siamo al 58%, dovremmo stare tranquilli. Però, ragazzi, siamo al 2007, c'è un obiettivo. Io posso anche dire che Lisbona è un fallimento, non fallimento, però proprio i coreani mi fanno capire che un paese, una provincia, una città si unifica anche rispetto ad obiettivi molto precisi. I coreani dicono: "Al 2016 dobbiamo arrivare a 20.000 dollari" e sono a 16.000 dollari. Lì, allora, si capisce nel 2016 si misura se 20.000 dollari o no e allora qualcosa non è andato bene. Allora Lisbona trattiamolo così. Lisbona ci dice che al 2010 dobbiamo avere un tasso di occupazione del 70%. Allora io dico: "In provincia di Cremona bisogna aumentare l'occupazione". Non ci sono disoccupati, però, probabilmente, ci saranno donne fuori dal mercato del lavoro, ci saranno giovani che entrano tardi nel mercato del lavoro. Allora, rispetto a questo, un impegno anche di tipo produttivo va rilanciato: può essere nelle eccellenze esistenti, può essere su un altro grande tema che poi credo è vicino alle cose che diceva il Presidente di Aem sul tema dell'energia. Se io vedo due cose, tolto che a Cremona bisogna sviluppare l'industria che c'è, l'agricoltura che c'è, l'industria culturale, il turismo, questo grande emblema mondiale che è il violino, secondo me le due strade su cui lavorare sono la sanità, ma non come i servizi sanitari dell'ASL ma la sanità come un servizio completo soprattutto per la terza età, e l'altro grande problema che manca in Italia: l'energia. Sono i due assi! Se io dovessi dire qualcosa...poi può anche essere che non facciamo niente di nuovo, ma già se si fa tutto quello previsto io credo che arriviamo al 70% dell'occupazione. Però, e concludo, vedendo e seguendo un po' questo lavoro, anche se un po' da lontano perché il responsabile è stato il dottor Dominaci, io vedo molto questa città come se stesse per prendere... come quando partano i centometristi: il sedere in su, scusate il termine. Allora bisogna fare il colpo di pistola, e il colpo di pistola per far partire i tanti soggetti che devono insieme fare queste cose, naturalmente con una regia che quella non può essere che del Sindaco, io penso che bisogna dare questo start e lo start può essere il piano definitivo in cui tutti si sentono dentro ma tutti si sentono anche responsabilizzati. Dobbiamo irraggiare sul territorio nuove energie. Non dobbiamo semplicemente dire "Ci voglio essere anch'io". Per fare che cosa? Niente. Allora puoi startene a casa. No! Bisogna stare dentro per fare, per essere responsabili, per dare il proprio contributo a questa comunità che merita di avere un futuro all'altezza del presente, perché il presente è già molto elevato ma i prossimi anni sono anni di incertezza e di sfida e dobbiamo dare una risposta. Grazie. |