"Ci sono città che hanno più "centri",
altre che non ne hanno neppure uno;
altre ancora ne hanno uno solo, ben
identificabile, nel quale, alla rilevanza monumentale
si unisce un alto significato
istituzionale. Così è per Cremona, il cui
centro non è però solo luogo di rappresentanza,
ma è stato nei secoli ed è tutt'oggi
cuore pulsante della vita cittadina, anche in
ambito economico e sociale. E se la nostra
città ha un luogo centrale ben riconoscibile,
questo si definisce in rapporto a due piazze,
le antiche platea magna e platea parva,
ed ha come riferimento visivo, da un lato
la cattedrale, dall'altro il palazzo comunale.
Soprattutto quest'ultimo, articolandosi tra
uno spazio e l'altro, funge da raccordo tra
le due piazze e costituisce l'emergenza più
rilevante e, si potrebbe dire, il vero e proprio
fulcro attorno al quale si definisce lo
spazio urbano, con il suo utilizzo concreto
e con i suoi significati simbolici".
Così scrive don Andrea Foglia nell'introduzione
del volume Il Palazzo Comunale
di Cremona, pubblicazione edita da Arti
Grafiche Persico e principale iniziativa
realizzata in occasione degli ottocento anni
del più importante edificio civile cittadino.
Il volume rappresenta un evento
di alto significato e di indubbio valore
scientifico, in quanto costituisce una chiara
messa a punto delle attuali conoscenze ed
è nel contempo un'occasione di ricerca e
quindi uno strumento fondamentale di
lavoro per ricerche future. E certo non è
stata un'impresa da poco, considerata la
scarsità di documenti, soprattutto riferiti
ai secoli più antichi. Il grande valore storico,
scientifico, ma anche civile che riveste
quest'opera è inoltre facilmente comprensibile,
soprattutto se si pensa che sino ad
ora - fatta in parte eccezione per la pregevole
opera realizzata a suo tempo da Elia
Santoro - chi ha voluto conoscere la storia
del Palazzo Comunale è dovuto ricorrere
ad alcuni brevi profili complessivi, ma non
sempre metodologicamente aggiornati, e
comunque troppo rapidi e sommari per rispondere
a quelle esigenze di informazione
ampia ed organica richiesta da tempo e da
più parti. L'Amministrazione Comunale
ha rimediato a questa lacuna grazie anche
al contributo della Banca Cremonese di
Credito Cooperativo.
Il volume dedicato al palazzo comunale
si apre con un ampio saggio di Monica
Visioli che, approfondendo ed ampliando
le ricerche e gli studi già compiuti in occasione
di una precedente pubblicazione,
si occupa del rapporto con gli spazi e gli
edifici all'intorno. In particolare, data anche
la contrapposizione frontale dei due
"monumenti", a presentare gli elementi di
maggior interesse è innanzitutto il confronto
con la cattedrale: questa infatti, anche
tenendo conto della sua ricostruzione,
è l'edificio più antico, davanti al quale si
articola lo spazio pubblico (la futura platea
maior), che fin dagli inizi del XII secolo
definisce la propria identità in rapporto
alle nascenti istituzioni comunali. E' la
cattedrale, ricostruita nel 1107 per iniziativa
della comunità, a divenire ben presto
simbolo della città stessa: basti ricordare
che i sigilli del Comune hanno portato
l'immagine della ecclesia maior dal XIII
fino a tutto il XVI secolo. Il saggio di Monica
Visioli, documentando il continuo
confronto tra i due edifici (la cattedrale
e il palazzo comunale), si occupa poi, in
particolare, degli spazi delle due piazze, in
rapporto alla loro definizione dimensionale
e, soprattutto, alle loro funzioni.
Dopo questo primo saggio, che costituisce
una sorta di premessa e di necessaria
"contestualizzazione", la seconda parte
del volume, la più corposa, è dedicata alla
storia dell'edificio, sia dal punto di vista
strutturale e architettonico, sia per
quanto riguarda l'utilizzo per funzioni
amministrative e di rappresentanza, per
l'attività degli uffici che si sono succeduti
nei secoli, e per altre esigenze, talvolta le
più disparate, anche di carattere privato.
Il saggio che apre questa seconda parte,
scritto da Giorgio Voltini è dedicato
alle fasi della costruzione del palazzo e
all'impianto originario, tra la prima e la
seconda metà del XIII secolo. L'autore,
che non ha potuto avvalersi dei risultati
di una campagna globale di ricerca e di
rilevazione degli apparati murari, delle
stratigrafie e delle strutture, ha dovuto
supplire con un'indagine de visu, condotta
personalmente, non senza fatica e tra
mille ostacoli, per tutte quelle superfici
alle quali ha potuto accostarsi direttamente,
compresi i sottotetti e le cantine.
Il suo lavoro non può quindi considerarsi definitivo, ed è suscettibile di ulteriori
precisazioni, soprattutto quando saranno
disponibili i rilievi stratigrafici e gli
strumenti tecnici necessari. Dopo essersi
occupato dell'edificio originario, Voltini si
dedica alla questione, assai problematica,
dell'augmentum, cioè dell'ampliamento del
1245, occupandosi anche delle tracce di
fasi architettoniche successive e prendendo
in considerazione, in ultimo, anche le due
torri, quella civica e quella pretoria.
Al saggio di Voltini si collega direttamente
quello successivo, di Valeria Leoni, dedicato
alla storia dell'edificio, tra Medioevo
ed età moderna, soprattutto per quanto
riguarda l'attività degli uffici che in esso
ebbero sede nel corso del tempo. Innanzitutto,
la Leoni, collegandosi a quanto
già scritto dai due autori precedenti,
riprende il discorso relativo alla genesi
del palazzo comunale, affrontandolo
dal punto di vista documentario, e seguendo,
quindi, attraverso gli scarsi indizi
che le fonti originali ancora ci offrono,
l'iter che portò alla definizione
della platea maior con la costruzione
del broletto e con il passaggio graduale
delle funzioni pubbliche dal palazzo
episcopale o dalla cattedrale al nuovo
edificio municipale: dal "palazzo vecchio"
che era, di fatto, quello del vescovo, si
passa, nei primi decenni del Duecento, al
"palazzo nuovo" costruito dalla città come
espressione della sua ormai acquisita autonomia.
Questo contributo offre anche
numerosi dati, in buona parte inediti, sulla
vita delle istituzioni e sul funzionamento
degli uffici.
Dopo i primi
saggi che hanno
ricostruito
le vicende del
palazzo nel
contesto della
vita della città,
dal Medioevo
alle soglie dell'Età
Moderna,
a Mariella
Morandi è affidato
il compito
di riprendere
il discorso
interrotto
nel saggio di Voltini, illustrando le riforme
successive subite dall'intero complesso, dagli
interventi rinascimentali fino agli importanti
lavori affidati al progetto di Luigi
Voghera, nella prima metà dell'Ottocento,
per giungere poi agli interventi post-unitari,
con la sistemazione delle nuove sale
di rappresentanza, fino alle ultime riforme
che datano intorno agli anni 50-60
del XX secolo. Un excursus molto ampio,
quindi, che si avvale soprattutto di una
approfondita ricerca tra le carte d'archivio,
che per i secoli più recenti sono conservate
in abbondanza, anche se non senza lacune
e qualche vuoto. Ad una attenta analisi e
descrizione dell'edificio, così com'è oggi, si
affianca una ricca documentazione, anche
iconografica, che mostra come gli interventi
del Voghera, che interessarono soprattutto
la facciata sulla piazza maggiore,
abbiano costituito, di fatto, il primo passo
di una lunga stagione di lavori che, nonostante
le vicende politiche travagliate, si è
protratta per tutto il corso del XIX secolo.
Questa seconda
sezione si
conclude
con un
breve contributo ,
potremmo
dire di "vita
vissuta",
a cura di
Angela
Bellardi,
che ricorda
innanzitutto
lo
scarso utilizzo
del palazzo per funzioni di rappresentanza,
e soprattutto per l'ospitalità di
illustri personaggi o di sovrani di passaggio
in città, che venivano accolti nei sontuosi
palazzi dell'aristocrazia
cittadina.
Il palazzo,
infatti, al di là delle
funzioni istituzionali
ordinarie, si
trovava spesso anche
in uno stato di
conservazione non
ottimale, inadatto
quindi, secondo la
mentalità del tempo,
per rappresentare la
grandezza e la nobiltà di Cremona. Ma il
saggio di Angela Bellardi aggiunge anche,
sulla scorta della documentazione d'archivio,
alcuni dati curiosi, circa l'utilizzo
del palazzo (oltre al mercato nei portici,
all'esterno) anche negli ambienti interni,
per usi privati. Infine l'ultima parte del volume
è dedicata ad illustrare le "collezioni"
o le opere d'arte più insigni che si trovano
oggi in palazzo, indipendentemente della
sua storia, cioè come acquisizioni successive
anche se, spesso, nate espressamente in
funzioni di questi spazi, come per il caso
della collezione di violini. Sonia Tassini ricostruisce,
innanzitutto, l'antica quadreria,
passata poi in buona parte al Museo Civico,
insieme a molte opere, provenienti dagli
spogli di edifici ecclesiastici soppressi e
transitate, in buona parte, nel palazzo stesso,
in parte per restarvi definitivamente, e
in parte per essere poi trasferite allo stesso
Museo. Il saggio della Tassini non si propone
di dar conto delle singole opere, quanto
alla loro storia e alla loro qualità estetica,
ma di documentare una stagione di grande
fermento (in seguito alla soppressione degli
enti ecclesiastici le opere d'arte in circolazione
erano molto numerose), che ebbe, come
luogo di riferimento, lo stesso palazzo comunale,
prima ancora che prendesse corpo
e potesse poi essere attuato il progetto di
un "museo" per la città.
Segue poi un ampio saggio di Ivana lotta
che si dedica ad alcune presenze particolarmente
rilevanti, tra le opere d'arte custodite
in palazzo, e cioè i due portali (più il calco
di quello asportato da palazzo Stanga ed
ora al Louvre) e, soprattutto, lo splendido
camino di Gaspare Pedone, proveniente
da palazzo Raimondi. Nonostante le difficoltà
incontrate nel reperire un'adeguata
documentazione che potesse illustrare le
modalità e le ragioni di tale trasferimento,
la Iotta, col sostegno di una attenta analisi
di tutte le testimonianze documentarie
o letterarie reperite, può collocare con
certezza, intorno alla seconda metà del
Settecento, l'arrivo del camino in palazzo,
ricostruendone
anche, almeno
per via ipotetica,
le diverse
traversie fino
alla collocazione
attuale.
Infine, il volume
si chiude
con la schedatura,
ad opera
di Andrea Mosconi,
degli strumenti ad arco
cremonesi, conservati,
dal 1961, in una saletta
del palazzo (quella riformata
nella seconda metà
dell'Ottocento e già adibita
alla celebrazione dei
matrimoni civili). L'intento
di Mosconi, che
ha già avuto più volte
occasione di illustrare
la collezione nel dettaglio,
pezzo per pezzo,
è di documentarne la
genesi, dall'acquisizione
del violino di Stradivari
"ex Joachim", ribattezzato
poi "Il Cremonese
1715", fino all'ultimo
strumento pervenuto, il
violoncello "Cristiani",
dello stesso Antonio Stradivari, acquistato
dalla Fondazione Walter Stauffer nel
2005. Nello spazio di circa 40 anni questa
collezione, sorta timidamente e non senza
fatica, si è imposta come una delle più
ricche e importanti d'Italia, sempre strettamente
legata al palazzo, dove ebbe inizio,
anche se, in un prossimo futuro (dato
anche il grande numero dei pezzi), la sua
collocazione dovrà essere almeno in parte
ripensata (sintesi tratta dall'introduzione di
Don Andrea Foglia).
(322) letture dal 26-06-2007 -
Data ultima modifica: 02-01-2007
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