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"Quarantamila armati fanno irruzione in città; ancora più grande il numero dei vivandieri e degli inservienti, gente di più depravata ferocia ... Disprezzate le ricchezze a portata di mano, preferiscono con la tortura e la frusta strappare il segreto ai padroni, dissotterrare tesori nascosti. Torce in pugno, si divertono dopo il saccheggio a gettarle dentro le case vuote, nei templi spogliati ... Quattro giorni durò l’agonia di Cremona. Alla fine, mentre ovunque edifici sacri e profani rovinavano tra le fiamme, il solo a salvarsi fu il tempio di Mefite ..."; così racconta lo storico Tacito (Le Storie, III, 33) la catastrofe che distrusse Cremona nel 69 d.C. Fino ad oggi di questo terribile evento erano state recuperate poche labili tracce, durante alcuni scavi parziali nella città; invece ora il nuovo grande scavo in corso in Piazza Marconi, a circa 400 metri dalla Cattedrale, sta riportando alla luce le evidenze concrete della distruzione che annientò la città [1], e dalla quale l’antica colonia latina, fondata nel 218 a.C., e conosciuta come "…fiorente per il numero dei coloni, per il comodo utilizzo dei fiumi, per la fertilità del suolo…(Tacito, Le Storie III, 34), non si riprese mai del tutto. Fu così grande lo sdegno delle popolazioni della penisola per tali barbarie, che vi fu un "…concorde rifiuto dell’Italia all’acquisto di prigionieri..." (Tacito, Le Storie, III, 34). Nonostante che i dati sulla quantità dei soldati sembra siano stati esagerati dallo storico romano, nota lo storico moderno, Vera: "Fatte le debite proporzioni, i celebri sacchi di Roma a opera di Teodorico nel 410 e di Genserico nel 455 risultano senz’altro meno disastrosi." Le ricerche preliminari alla costruzione di un grande parcheggio sotterraneo, che sarà eseguito dalla società SABA ITALIA S.p.A. con un project financing su commissione del Comune di Cremona, con lo scopo principale di liberare il centro dalle auto e creare una unica isola pedonale, sono una felice occasione per indagare un'ampia area della città del passato (sono 2000 mq per una profondità massima di m 7,30) [2]. I risultati non si sono fatti attendere: tolte le cantine post-medioevali, che avevano eliminato gli strati medioevali ed altomedioevali, si è arrivati subito agli orizzonti datati all’età romana. Sono stati individuati alcuni edifici sicuramente posteriori al 69 d.C., poi abbandonati verso il V sec. d.C., di cui fa parte anche un sistema di riscaldamento ad aria calda (ipocausto) [3]. Le strutture, come succede spesso, si riconoscono dalle trincee di asportazione, poiché era fenomeno diffusissimo cavare i mattoni degli edifici non più in uso per riutilizzarli nella costruzione di altri fabbricati. Ma, entrando nel vivo del ritrovamento, si è individuato un deposito spesso da 1,50 a 2 m di macerie delle distruzioni della guerra civile del 69 d.C., portate da più punti della città nel momento della ricostruzione, voluta anche dal vincitore Vespasiano. Si tratta di una sorta di Monte Stella di età romana; si ricorderà che le macerie dei bombardamenti subiti dai milanesi durante la II guerra mondiale furono portate alla periferia nord della città, creando una "montagnetta" artificiale. Nel caso nostro, l’area dell’attuale Piazza Marconi fu colmata per riempire una depressione notevole (m 4-5 circa) sul lato est della piazza; si trattava di una zona piuttosto periferica, vicina al fiume Po, che poi nel Settecento fu allontanato dalla città, per opera dell’uomo, di circa km. 1,5. Le macerie di età romana, che si trovano sopra uno strato evidentissimo di ceneri degli incendi, confermano la ricchezza tanto decantata dagli storici antichi [4]. Si può ricordare alcuni degli esempi più eclatanti. Particolarmente pregevole e raro è un ninfeo (una fontana monumentale) in tessere di pasta vitrea azzurra e di pietre di vario colore, a formare disegni geometrici; le bordature sono eseguite con listelli di vetro bianco e di conchiglie (di tipo murex brandaris e cardium) [5]. Fino ad ora in Italia settentrionale ne era conosciuto un unico esempio, in Aquileia, importante e ricco porto fluviale sito sulla Via Postumia. In genere questo tipo di manufatto viene datato all’età augustea. Oltre alle fontane sono stati ritrovati altri elementi decorativi per giardini e esterni, come pietre invetriate e un oscillum con erote in bassorilievo [6] che doveva trovarsi originariamente appeso tra le colonne di un porticato. Numerosi frammenti di pavimenti sia a mosaico che di cocciopesto con tessere sparse [7] si intravedono nelle sezioni; si potrà dirne di più quando nei prossimi mesi sarà eseguito lo scavo dei depositi. Sono stati individuati moltissimi frammenti di affreschi, e dagli studi preliminari sembra che la raffinata clientela provinciale si fosse servita di maestranze centro-italiche per rimanere "à la page" con le mode del centro del potere, Roma [8]. Tra i reperti di lusso spiccano una serie di frammenti di vetri a mosaico, coppe costolate e coppe soffiate a stampo con scene di gladiatori [9]. Numerosi frammenti ceramici furono importati anche da luoghi lontani; per comprendere l’alto valore assegnato a queste suppellettili, basti citare il frammento di un piatto a vernice nera, che era stato restaurato in antico con una grappa in piombo [10]. Tra gli elementi di mobilio è particolarmente interessante un’applique raffigurante un fenicottero, decorazione di un letto [11]. Sono stati portati alla luce anche numerosi scarti di ossa animali in vari stadi di lavorazione [12] (recentemente l’osso lavorato fu sostituito con la bakelite e poi con la plastica). Fra i pezzi in osso ritrovati ci sono un ago da cucito e uno stilo per scrivere sulla cera [13]. Per la verità, gli scavi sono solo all’inizio; ora sta iniziando lo scavo in estensione delle fasi romane, e se i materiali archeologici trovati finora sono un indice di quanto potremo recuperare, possiamo ben sperare in risultati strepitosi! In fondo, da tempo due vecchi ritrovamenti fortuiti punzecchiavano la curiosità degli studiosi intorno quello che fu definito da Tacito "il lungo e straordinario anno": si tratta di un elemento di una catapulta appartenente alla legione IV Macedonia, sconfitta nell’area dell’accampamento sull’antica strada per Brescia a nord della città. Oltre alla denominazione della legione, è riportata la data di fabbricazione, il 43 d.C. Il secondo ritrovamento si riferisce ad un’altra catapulta, fabbricata nel 56 d.C. e in dotazione alle legioni germaniche di Vitellio, il generale sconfitto dalle truppe flaviane [14]. Si ricorda che il fuoco che distrusse la città non fu appiccato soltanto dalle torce, ma anche con l’uso di catapulte. Lo straordinario interesse di questi scavi non è soltanto da collegare agli eventi delle guerre civili, ma, soprattutto per gli specialisti, al fatto che ci permette di assegnare una cronologia assoluta, come è stato, ad esempio, per l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Significa, in breve, che tutto quello che si sta rinvenendo negli strati di distruzione e nei sottostanti è datato con sicurezza a prima della distruzione del 69 d.C. Si tratta di un fatto molto importante per l’archeologia dell’Italia settentrionale e delle province limitrofe, poiché molti reperti con datazioni finora non definibili o in sospeso potranno essere determinati con certezza. Venerdì 14 ottobre 2005 - ore 11.30 Per approfondimenti e chiarimenti è possibile contattare la Dott.ssa Lynn Passi Pitcher, Ispettrice della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia - Via de E. De Amicis, 11 - Milano - tel. 02-20125 - e-mail: pitcher@lombardiabeniculturali.it, che sta seguendo gli scavi in Piazza Marconi a Cremona. Scarica la presentazione con le immagini descritte di seguito: formato Power Point (4.341Kb) - formato PDF (2.691Kb) Descrizione delle immagini proposte [1] Si vedono in sezione i resti di affreschi parietali e di pavimenti a mosaico. I frammenti non sono stati ancora recuperati, ma alla luce dei pochi lacerti finora estratti ci si aspetta che saranno di qualità altissima. Le sezioni sono una specie di anteprima di quello che si potrà trovare nei depositi ancora da scavare. [2] Scavi stratigrafici in estensione sono un fatto piuttosto raro nei centri urbani moderni. In genere gli interventi urbani estesi sono limitati a grande opere pubbliche o private, per lo più legate a parcheggi sotterranei. Il progetto di Piazza Marconi è particolarmente importante, perché si sta indagando un’ampia parte della città antica, che, anche se piuttosto periferica, era ancora all’interno delle mura e si affacciava sul cardo. Il quartiere, in cui sono stati indagati resti di almeno quattro grandi residenze, doveva avere anche un valore panoramico, poiché si trovava in una zona leggermente sopraelevata con vista sul Po. Gli interventi archeologici iniziano nel 1983, con un primo saggio nella parte sud-est della piazza; in seguito sono stati eseguiti altri due saggi nel 2002, nella parte nord-ovest e sud-ovest. Lo scavo attuale interessa la porzione est della Piazza. [3] Il sistema di riscaldamento ad aria calda era ampiamente utilizzato negli edifici privati di un certo livello. Si creava un’intercapedine sotto il pavimento con l’uso di suspensurae (colonnette in terracotta), permettendo la circolazione all’aria calda prodotta da una fornace; gli sfiatatoi consistono in mattoni forati posti nei muri. [4] Lo strato di bruciato è già stato individuato in vari punti dello scavo. In passato tracce della distruzione erano stati notati nella domus di via Cadolini, sotto i mosaici della casa rinvenuta nella Banca del Monte in via Guarnieri del Gesù, e nella zona della residenza rinvenuta nella cripta di S. Omobono nel sottosuolo della Cattedrale. [5] Fontane simili provengono per lo più dall’Italia centrale e meridionale; ce ne sono moltissime nelle case e nelle ville della zona vesuviana. Fino ad ora nel nostro scavo ne sono stati trovati 180 frammenti. [6] Pietre invetriate si trovano utilizzate come decorazione anche in giardini di epoca rinascimentale, come d’altronde le grandi fontane monumentali. Gli oscilla, ben documentati a Pompei ed Ercolano, anche nelle raffigurazioni parietali, in genere sono decorati per lo più con maschere, figure di Sileni e di Menadi. [7] Le foto illustrano la situazione del lacerto di cocciopesto con tessere sparse al momento del recupero e dopo il restauro. [8] Intonaco dipinto con fondo cinabro e figura femminile, che tiene nelle mani girali vegetali. Intonaco dipinto con grifo con varie tonalità di viola e verde. Lo stile richiama quello in auge a Roma, può essere definito della fase II B del II stile pittorico, databile all’età augustea. [9] I vetri in questione sono tutti di altissimo livello, sono particolarmente pregiate e rare la coppa a mosaico e quella a millefiori, anch’esse di età augustea. [10] La patera, a vernice nera, fu prodotta ad Arezzo ed importato nella nostra città. [11] L’applique in osso, probabilmente bovino, serviva a decorare un mobile, verosimilmente un klinè (letto). In genere questo tipo di decorazione è legato ad ambienti funerari; gli esemplari in Italia settentrionale sono pochi, ma ancora una volta Cremona si distingue per la sua ricchezza in età augustea, con l’attestazione di una serie di letti in osso inciso, in questo caso da ambiente funerario, provenienti dalla necropoli di S. Lorenzo. [12] In genere vengono utilizzate le ossa lunghe dei bovini, che con certi accorgimenti diventano più malleabili e più facili da lavorare. [13] Tra gli oggetto più frequentemente eseguiti in osso, si possono notare gli spilloni per le acconciature femminili, spesso raffigurati nei ritratti di età romana. [14] Tacito racconta che le truppe Vitelliane collocarono le macchine da guerra sul terrapieno lungo la via Postumia, nelle vicinanze della porta orientale, l’odierna porta Venezia, luogo in cui fu appunto ritrovato il frammento di catapulta. |